La sofferenza (duḥkha) secondo il pensiero dell’India

La sofferenza, duḥkha
La sofferenza, duḥkha.

Il tema della sofferenza (duḥkha) permea il pensiero dell’India antica, per il quale la vita è anche teatro di malattia, vecchiaia e morte. Riuscire a interrompere il ciclo delle rinascite (saṃsāra), è per l’India lo scopo dell’esistenza da raggiungere, mokṣa (liberazione), che permette di interrompere l’impermanenza (anitya) di tutte le cose.

In realtà i discorsi sui tormenti che assillano la vita sono più che mai attuali; è un dato di fatto che non sia possibile evitare eventi che portano sofferenza. Tuttavia questo non deve essere motivo di scoraggiamento: ciò che si può intraprendere è un cammino che aiuti a migliorare il rapporto che si ha con la sofferenza. Alcune correnti di pensiero dell’India come il buddhismo e lo yoga offrono, probabilmente, una valida ed efficace proposta.

Definizione di duḥkha

Duḥkha “[…] indica il “malessere” esistenziale dell’uomo di cui parlano le Upaniṣad e, in generale, le scuole di yoga, che propongono un percorso interiore di consapevolezza come strumento capace di condurre l’uomo alla pace e alla felicità” (da S. Piano, Lessico elementare dell’Induismo, Promolibri Magnanelli, Torino 2001, pag. 65).

La definizione di sofferenza per la filosofia indiana induce già una speranza di riuscire a ottenere uno strumento in grado di portare verso uno stato di pace. È importante evidenziare la presenza del termine consapevolezza, parola ripetutamente proposta nei corsi di yoga moderni.

Perché si soffre?

Le sfaccettature della sofferenza sono troppe complesse per poterle sviscerare. Ogni individuo può avere un motivo per provare sofferenza, intesa come nella definizione di duḥkha sopra citata. Si sa, la vita alterna momenti di gioia a momenti tristi. I primi sono caratterizzati da un continuo desiderio della loro permanenza; tale desiderio si trasforma in attaccamento che produce a sua volta sofferenza non appena la gioia, per qualsiasi causa, svanisce.

Come uscire dalla sofferenza?

Da quanto è emerso fino a ora, non è possibile uscire completamente dalla sofferenza, ovvero pensare di mantenere uno stato di gioia perenne. Come anticipato però, l’India viene in aiuto con alcune delle correnti di pensiero più conosciute come il buddhismo e lo yoga, che hanno sviluppato le loro teorie attorno al concetto di sofferenza e alla sua risoluzione, raccontate attraverso gli insegnamenti o i testi.

La sofferenza, duḥkha, per il buddhismo

Già dal primo millennio a.C., in India era vivida la ricerca spirituale nella speranza di uscire dal saṃsāra, o quantomeno di tentare di ottenere una successiva rinascita migliore. Il buddhismo è nato in questo contesto storico-religioso.

La letteratura buddhista

Il Buddha non ha lasciato in eredità testi da lui redatti che racchiudessero la sua parola e i suoi insegnamenti. La raccolta della letteratura buddhista è avvenuta in un tempo successivo alla morte del Buddha. Proprio in questi testi si trovano numerosi insegnamenti che riguardano la sofferenza. Di seguito una proposta.

Saṃyutta Nikāya

Discorso della freccia del Buddha
Discorso della freccia del Buddha

Opera composta da 2889 sutta di diversi argomenti, ritenuti parte autentica della predicazione del Buddha. Il “discorso della freccia” è utile per comprendere la sofferenza che deriva da una mente non ben coltivata attraverso la pratica della meditazione.

Il discorso della freccia

[…] È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da un’altra freccia, cosicché egli, o monaci, percepirebbe i dolori di due frecce. Allo stesso modo, o monaci, l’uomo ordinario, che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, quando viene toccato da una sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una corporea e una mentale. Percependo quella sensazione dolorosa, quell’uomo prova avversione verso di essa. Provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza latente all’avversione nei confronti della sensazione dolorosa si accresce.

[…] O monaci, quanto il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali viene toccato da una sensazione dolorosa egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione: la sensazione corporea e non quella mentale (da “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, a cura di R. Gnoli, ed. Mondandori 2004, pagg. 431-433).

Riflessioni intorno al buddhismo

Osservare durante la pratica della meditazione il flusso dei pensieri che si presentano, è il punto di partenza per allenare la capacità di discriminare ciò che proviene dalla seconda freccia, ovvero la parte di sofferenza che è possibile evitarsi. Questo è il significato di una mente ben coltivata.

La sofferenza, duḥkha, per lo yoga

Anche lo yoga può essere un metodo per evitare ciò che il Buddha intende per seconda freccia. Tramite la pratica dello yoga si sviluppa una tale concentrazione e qualità di ascolto che si rivela adatto al processo di discriminazione della sofferenza dai contributi che l’individuo aggiunge da sè.

Lo Yogasūtra di Patañjali

In merito alla sofferenza, lo Yoga Sūtra di Patañjali dedica diversi aforismi. Solo a titolo esemplificativo, il sūtra 16 del Sādhana pāda (2.16) recita che “[colui che discrimina, dunque, sa che] è il disagio non ancora giunto che va eliminato” (“Yogasūtra”, a cura di F. Squarcini, G. Einaudi ed., Torino 2015, pag. 17).

In effetti “l’attrazione è [l’afflizione] conseguente [all’esperire] agio (sukha) mentre l’avversione è [l’afflizione] conseguente [all’esperire] disagio (duḥkha)” (2.7, 2.8 “Yogasūtra”, a cura di F. Squarcini, G. Einaudi ed., Torino 2015, pag. 16).

Riflessioni intorno allo yoga

Allenare il corpo alla flessibilità, non ha lo scopo di riuscire in posizioni complesse, bensì di aiutare a mantenere la mente elastica, pronta a tacere quando non importa. La pratica corporea degli āsana educa la mente a introiettare a livello profondo quell’elasticità necessaria ai momenti di sofferenza, duḥkha, dove la confusione mentale potrebbe avere il sopravvento, rendendo così vano ogni tentativo di eliminare la quota di dolore prodotta dalla seconda freccia dell’insegnamento del Buddha.

La sofferenza, duḥkha, non può essere evitata, ma è possibile evitare di creare quella superflua. A tal fine è importante essere costanti nella pratica dello yoga, poichè è l’allenamento continuo all’ascolto e allo sviluppo della discriminazione tra ciò che è reale duḥkha da ciò che non lo è che consente di usufruire con efficacia dello strumento, proprio nei momenti in cui è più opportuno.

Bibliografia

R. Gnoli, a cura di, “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, ed. Mondandori, Milano 2004

S. Piano, Lessico elementare dell’Induismo, Promolibri Magnanelli, Torino 2001,

A. Rigopoulos, Hindūismo, editrice Queriniana, Brescia 2005