Le Upaniṣad

Le Upaniṣad sono opere della letteratura dell’India che appartengono al corpus della śruti. La loro composizione risale a circa il VII secolo a.C. giungendo praticamente fino ai giorni nostri (G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, pag. 53). Le Upaniṣad sono scritte sia in prosa che in versi e, per approfondire il pensiero indiano, è caldamente consigliata la loro, seppur parziale, lettura.

Significato di Upaniṣad

“La parola upaniṣad deriva dalla radice sad- “sedere”, composta con i preverbi upa e ni, e indica la posizione assunta dall’allievo che si siede ai piedi del maestro per ascoltarne gli insegnamenti” (G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, pag. 52). Nel periodo antico, la trasmissione degli insegnamenti del pensiero dell’India avveniva sedendosi vicino (e possibilmente più in basso) al maestro.

I contenuti delle Upaniṣad

Le Upaniṣad contengono le prime speculazioni filosofiche dell’India. Il rito, tema pregnante dei Veda e in particolare del Ṛg Veda, assume aspetti sempre più simbolici. Gli argomenti trattati prendono spunto dalle domande che si pone l’uomo in merito alla propria origine e al proprio destino. I concetti di karma e di ciclo delle rinascite (saṃsāra) trovano le loro radici nelle Upaniṣad. Oltre a questo, una delle teorie probabilmente più affascinanti testimoniata dalle Upaniṣad è il concetto di brahman e ātman.

La forma di espressione delle speculazioni filosofiche affrontate nelle Upaniṣad avviene sia attraverso i dialoghi tra maestro e discepolo, sia tra le dispute dei maestri abili a inficiare le tesi altrui a beneficio delle proprie.

Brahman e ātman

Si tenterà ora di affrontare l’aspetto più pregnante di queste opere, i concetti di Brahman e ātman; l’argomento è molto vasto e complesso, ciò che troverà dimora in questo articolo è quindi solo un primo approccio al tema.

Il significato dei termini brahman e ātman nelle Upaniṣad è costituito da diverse proposte di definizione. Una regola generale da tenere a mente quando si definisce un termine, è che il suo significato è direttamente collegato con l’utilizzo del termine stesso.

Brahman

Il dizionario di sanscrito, alla voce brahman, propone due significati in base al genere. Il primo è un sostantivo neutro la cui definizione è riconducibile al concetto di spirito impersonale e autosufficiente o anima universale. Viene inteso anche come l’Assoluto o l’Eterno (A sanskrit english dictionary, Monier-Williams, pag. 737 col. 3 e pag. 738 col. 1). Il secondo è un sostantivo maschile che significa colui che prega, oppure un uomo religioso che conosce i testi vedici (A sanskrit english dictionary, Monier-Williams, pag. 738 col. 1).

Nelle Upaniṣad, il significato di brahman è relativo al genere neutro, spirito impersonale e autosufficiente o Sè universale.

Ātman

Il lemma ātman è, nella grammatica sanscrita, il pronome riflessivo “sé stesso”. Viene spesso definito come sé individuale, anche se il termine più corretto sarebbe jīvātman.

L’ātman viene anche definito come “respiro” (“cfr. germ. Atem, con cui è etimologicamente congiunto”, v. “Le Upaniṣad Vediche” a cura di Carlo della Casa, ed. Tea, Torino 2004, pag. XIII).

Tema principale delle Upaniṣad

La relazione tra Brahman e ātman è l’argomento su cui si sviluppano le principali speculazioni contenute nelle Upaniṣad. In particolare i temi maggiormente investigati sono la comprensione del rapporto tra macro-cosmo e micro-cosmo, quali siano i principi alla base dell’esistenza, come investigare il proprio sé e spogliarlo di tutto il superfluo per raggiungerne l’essenza.

In altre parole, la relazione tra Brahman e ātman è in funzione di un “dentro e un fuori”. Il Brahman dall’interno si volge verso l’esterno, l’ātman dall’esterno si volge verso l’interno.

Per chiarire le idee, più che dilungarsi in spiegazioni, può rivelarsi utile addentrarsi nella lettura delle Upaniṣad. Quello che segue è una proposta di alcuni estratti delle Upaniṣad più antiche e note (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad e Chāndogya Upaniṣad); si invita il lettore ad approfondire ulteriormente in autonomia.

Letture

Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad viene considerata, per ragioni linguistiche, una delle Upaniṣad più antiche.

Quarto Adhyāya, quarto brāhmaṇa (da Upaniṣad Vediche, a cura di Carlo della Casa, pagg. 79,80)

22. Questo grande incerto Ātman è tra le facoltà umane quella costituita di conoscenza. In quello spazio interno al cuore, in esso risiede [questo Ātman], signore di tutto, sovrano di tutto, dominatore di tutto. […] L’Ātman poi non può essere definito che in senso negativo: è inafferrabile perché non lo si afferra, non è soggetto a decadenza perché non decade, non è soggetto ad attaccamento perché non s’attacca; privo di legami, non teme, né può essere colpito. [Il conoscitore dell’Ātman] non è oppresso da questi due [pensieri]: “Ho fatto il male, ho fatto il bene per questo o per quest’altro motivo”, ma entrambi egli supera: non più l’angustia [il pensiero di] ciò che ha fatto o [di ciò] che non ha fatto”.

Riflessioni

Il passo precedente illustra la capacità dell’ātman di sviluppare una virtù molto importante per il pensiero dell’India: l’equanimità o il non attaccamento alle cose desiderate e indesiderate (rāgadveṣa).

Chāndogya Upaniṣad

La Chāndogya Upaniṣad, come la Bṛhadāraṇyaka U., è considerata una delle più antiche. Si propone la lettura del sesto prapāṭhaka, dove il maestro Uddālaka impartisce l’insegnamento al figlio Śvetaketu.

Sesto prapāṭhaka, tredicesimo khaṇḍa (da Upaniṣad Vediche, a cura di Carlo della Casa, pagg. 194, 195)

1. “Getta questo sale nell’acqua, poi domattina accostati a me”. E quello così fece. Poi [il padre] gli disse: “Prendi dunque il sale che iersera hai gettato nell’acqua”. Egli lo cercò, ma non lo trovò: era come completamente sparito. 2. “Orsù, sorbisci un po’ di quest’acqua [ , prendendola] dall’orlo. Come è?”. “È salata”. “Sorbiscine un po’ prendendola dal mezzo. Come è?”. “È salata”. “Sorbiscine un po’ [prendendola] dal'[altro] orlo. Come è?”. “È salata”. “Mangiaci sopra qualche cosa [di salato come controprova]. Poi siediti vicino a me”. Quello così fece e disse: “È sempre [lo stesso]”. [Il padre] allora disse: “O caro, tu non vedi quello che c’è qui, eppure c’è sicuramente. 3. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Ātman. Essa sei tu, o Śvetaketu”. […]

Riflessioni

In questo passo della Chāndogya Upaniṣad l’insegnamento è apprendere un modo diverso di sperimentare l’invisibile, attivare cioè una modalità di percezione differente da quella utilizzata come abitudine. Śvetaketu può confermare la presenza del sale nell’acqua non più attraverso la vista (prima modalità di indagine), bensì attraverso il gusto. Si è quindi in presenza della rottura di uno schema mentale.

Inoltre viene messa in evidenza la relazione indissolubile tra il Brahman e l’ātman (il sale sciolto nell’acqua), presenti contestualmente e uniti tra di loro in modo invisibile se indagati superficialmente. Vi è in questo passo la testimonianza del pensiero non duale che vedrà poi la sua fioritura in altre correnti di pensiero successive come l’Advaita Vedānta di Śaṅkara e le correnti tantriche non duali.

Perché leggere le Upaniṣad?

Gli insegnamenti delle Upaniṣad gettano le fondamenta per investigare quello che è il sé universale (Brahman) e il sé individuale (ātman); l’uno è nell’altro e viceversa. Le Upaniṣad hanno influenzato le correnti filosofiche successive e reso fertili i terreni su cui si sono sviluppate le teorie che si ritrovano anche nello yoga di Patañjali e nello haṭhayoga. Ignorarne i contenuti, rende difficoltosa la comprensione del complesso pensiero dell’India.

Bibliografia

Boccali G., Piano S., Sani S., “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000.

Della Casa C., a cura di, “Le Upaniṣad Vediche”, ed. Tea, Torino 2004.

Monier-Williams, A sanskrit english dictionary.