Il sistema del Sāṃkhya – seconda parte

La prima parte di trattazione del sistema Sāmkhya ha introdotto il pensiero alla base del sistema, i significati di prakṛti e puruṣa, descritto i guṇa.
In questa seconda parte scopriremo le tipologie di conoscenza e il concetto di conoscenza generale secondo il Sāṃkhya e la teoria dei tattva.
Al fine di rendere più comprensibili i concetti esposti, si riporteranno alcune strofe tratte dalla Sāṃkhyakārikā (SK) di Īśvarakṛṣṇa con il commento di Gauḍapāda, edizione tradotta da Corrado Pensa (maggiori dettagli in bibliografia). I titoli delle strofe sono aggiunti da chi scrive.

La conoscenza

La comprensione di una distinzione tra soggetto e oggetto è alla base della conoscenza del Sāṃkhya. Secondo questa scuola di pensiero, colui che desidera raggiungere la liberazione deve conoscere a fondo l’essenza, le forme e le leggi dell’evoluzione della natura.
I mezzi di conoscenza (pramana) sono tre:
1. percezione diretta
2. inferenza
3. testimonianza autorevole o attendibile

Ogni tipologia di conoscenza prevede la contemporanea presenza di un soggetto che indaga un oggetto attraverso un processo cognitivo. La conoscenza per l’ottenimento della salvezza non può essere raggiunta solo sulla comprensione intellettuale.

i tre tipi di conoscenza (strofa 4 sk)

La percezione, l’inferenza e la parola degna di fede sono i tre mezzi di retta conoscenza, dal momento che includono tutti gli altri possibili mezzi di retta conoscenza; ed è in forza di tali mezzi che si stabilisce il conoscibile.

La percezione diretta

Questo tipo di conoscenza avviene tramite la stimolazione dei sensi. Per esempio, quando su un oggetto cade la vista, si ha dapprima una percezione indeterminata (nirvikalpa) durante la quale si vede l’oggetto ma questo non è ancora stato riconosciuto, in un secondo tempo scatta l’attività cognitiva che permette di capire quale sia l’oggetto. Questa è la percezione determinata (savikalpa).

Inferenza

L’inferenza è suddivisa in tre tipologie:
1. inferenza su una specifica e previa percezione
2. deduzione (ad esempio, se una goccia del mare è salata allora tutto il mare è salato)
3. analogia, un’osservazione generale

Qualsiasi tipo di inferenza sia utilizzata a supporto del processo cognitivo per la conoscenza, è necessario che ne venga dimostrata la validità di quanto riconosciuto; la tesi dell’inferenza deve essere efficace e solida.

Testimonianza autorevole

È un insegnamento proveniente da una comunicazione verbale la cui autorità non è messa in discussione o derivante dai testi sacri.

In generale la conoscenza prevede una serie di attività specifiche che si riconducono a quella mentale e sensoriale, questo ci introduce alla struttura dei tattva, la quale è alla base del Sāṃkhya e di altri pensieri dell’India, tra cui il tantrismo. La conoscenza si ottiene attraverso l’attività degli evoluti della prakṛti, i tattva.

La teoria dei tattva

I tattva sono sia microcosmici umani che macrocosmici, fenomenici, un universo oggettuale. Si ricorda infatti che uno dei capisaldi del pensiero indiano è la relazione tra macro e microcosmo.
I tattva nel sistema del Sāṃkhya sono 25.

  • buddhi (1) è l’intelletto, il luogo dove avviene l’incontro tra spirito e materia, è l’attitudine, la potenzialità o capacità di comunicazione tra i due aspetti opposti, è in grado di discriminare, accertare e determinare
  • ahaṃkāra (2) è il senso dell’io, tutto ciò che ruota attorno a quello che è in riferimento alla persona in quanto essere individuale e distinto. È lo spartiacque tra l’interno e l’esterno, è l’autoconsapevolezza
  • dal senso dell’io si sviluppa il senso interno, la mente (3), il manas (intenzionalità), ha la funzione di coordinare gli strumenti a servizio dei sensi, occhio (4), orecchio (5), naso (6), lingua (7), pelle (8) e a servizio dell’azione, parola (9), mano (10), piede (11), organi escretori (12) e organi sessuali (13)
  • il suono (14), il tatto (15), la forma (16), il sapore (17) e l’odore (18) sono ciò che stimola gli organi sensoriali che si sviluppano nell’etere (19), nell’aria (20), nel fuoco (21), nell’acqua (22) e nella terra (23)
  • in pratica grazie alla materia prakṛti (24), il puruṣa (25), che è immobile, può fare esperienza della vita sensoriale, può prendere coscienza della propria alterità rispetto alla natura, alterità che è da sempre.

La buddhi, l’ahāṃkara e il manas costituiscono la consapevolezza. La mente coordina i sensi e gli elementi sottili.

i costituenti della prakṛti (strofa 22 sk)

Dalla natura discende l’intelletto; da questa il senso dell’io; da questo il gruppo di sedici; da cinque del gruppo di sedici traggono origine i cinque elementi grossi.

La comprensione

La parte più sottile e trasparente della vita mentale, cioè l’intelligenza (buddhi) nella sua forma più luminosa e pura (il guṇa predominante è il sattva) è in grado di riflettere lo spirito. La comprensione del mondo esterno non è possibile se non grazie a questa riflessione del puruṣa nell’intelligenza. Tuttavia il sé non è alterato da questa riflessione e non perde le sue modalità ontologiche (impassibilità, eternità ecc.).
Nonostante lo spirito si rifletta nella buddhi egli non è né simile a essa né diverso da essa. L’illusione che il puruṣa sia simile all’intelletto è causata dall’ignoranza (avidya). Fintanto che si rimane nella condizione di ignoranza, l’esistenza si protrae in funzione della legge del karma e quindi della sofferenza. Dire “io soffro”, “io voglio” e pensare che questo io si riferisca allo spirito significa vivere nell’illusione e prolungarla.

La buddhi e il puruṣa

La buddhi è la parte più vicina al puruṣa, lo strumento più adatto per comprendere il puruṣa. È una conoscenza di tipo psicologico, un percorso durante il quale l’individuo comprende ciò che può essere chiamato non-sé; la non-coscienza è invece lo strumento per identificare l’io, identificare l’intelletto con il sé. Una similitudine utile a capire questi concetti è il sonno senza sogni: quando l’individuo dorme profondamente si trova nella condizione di non percezione di se stesso, questo però non mette in dubbio la sua esistenza. Quando lo stesso individuo è nello stato di veglia riesce a percepire la distanza tra sé e il mondo, non ne viene cioè assorbito, la materia rimane in secondo piano e per questo può essere osservata in quanto riconosciuta come oggetto “Il Sāṁkhya considera il conoscitore come puruṣa e il conosciuto come prakṛti” (Radhakrishnan, La filosofia indiana, Vol II, p. 285).
È un processo di conoscenza che avviene per sottrazione e non per addizione.

Il paradosso

Com’è possibile comprendere il mondo e l’esistenza se l’elaborazione a un livello intellettuale non è possibile? Su quale piano avviene l’incontro tra prakṛti e puruṣa? Essendo opposti, quando il sé può comprendere l’avvenuta liberazione? Nel tentativo di dare delle risposte a queste domande, viene in aiuto il paragone tra il puruṣa e la luna che si rispecchia in un lago (Radhakrishnan, La filosofia indiana, Vol. II pag. 295):

“A causa della trasparenza della prakṛti nel suo aspetto sattvico, il puruṣa, riflettendosi in essa, attribuisce erroneamente a sé la convinzione individuale (abhimāna) e la facoltà di agire di prakṛti. Questo fraintendimento esiste anche nel sé in quanto si riflette in prakṛti, e non nel sé in quanto tale; proprio come la luna immobile, riflettendosi nell’acqua, si muove per il moto dell’acqua.” (Radhakrishnan, La filosofia indiana, Vol. II pag. 295 e relativa nota n. 224)

La buddhi è legata alla natura, è influenzata da come sono in equilibrio tra loro i guṇa, vi è soggettività al piacere e al dolore legato a una certa esperienza. Il Sāṃkhya è una filosofia cognitiva e la buddhi è soggetta al cambiamento (proprio come la prakṛti in quanto un suo evoluto) e riflette tale cambiamento nel puruṣa. Il puruṣa non sperimenta quanto la buddhi crede di comprendere: “La connessione del puruṣa, in quanto riflesso nella buddhi, con l’oggetto è chiamata conoscenza, e la connessione del puruṣa con tale conoscenza viene riconosciuta nell’affermazione che ne consegue, ‘io agisco’, mentre in realtà l’ ‘Io’ o puruṣa non può agire, cioè la buddhi, non può pensare” (Radhakrishnan, La filosofia indiana, Vol. II pag. 298).

La complessità del Sāṃkhya appare piuttosto evidente. Nel tentativo di continuare a sviscerare questa scuola di pensiero fondamentale per comprendere il pensiero dell’India antica, si rimanda a una breve trattazione del testo di riferimento la Sāṃkhya-kārikā.

La liberazione (strofa 68 sk)

Avvenuta la separazione del corpo e avendo la natura, poiché il suo fine è compiuto, cessato l’attività, l’anima perviene all’isolamento assoluto e definitivo.

Leggi la prima parte del sistema Sāṃkhya

Bibliografia

Boccali G., Piano S., Sani S., Le letterature dell’India, Torino, Utet Libreria, 2004
Īśvarakṛṣṇa, Sāṁkhyakārikā, Le strofe del Sāṁkhya con il commento di Gauḍapāda, traduzione di Corrado Pensa, Roma, Edizioni Āśram Vidyā, 2014
Radhakrishnan S., La filosofia indiana, Roma, Edizioni Āśram Vidyā, 1998
Torella R., Il pensiero dell’India, Roma, Carocci editore, 2012