Utthita Trikonāsana o posizione del triangolo esteso

Utthita Trikonāsana

Utthita Trikonāsana o posizione del triangolo esteso è una posizione di yoga che prevede l’appoggio sui piedi. È una posa che può essere inserita nelle sequenze sin dall’inizio della propria esperienza di pratica di yoga.

Significato

Utthita Trikonāsana significa posizione del triangolo esteso. Il corpo riproduce diversi triangoli durante la posa: le gambe sono i lati del primo triangolo che ha come base la linea corrispondente alla distanza tra i piedi (il vertice è il perineo). Il secondo triangolo è rovesciato con i lati composti dal braccio rivolto verso il basso e la relativa porzione di gamba. La base corrisponde al fianco. Il terzo triangolo è formato dal braccio rivolto verso l’alto e il fianco come lati mentre la linea aerea che collega il bacino con le dita della mano è la base (il vertice è nell’ascella).

La posizione del triangolo esteso dona forza ed elasticità alla muscolatura delle gambe e per questo può essere una posizione propedeutica a numerosi e complessi āsana in piedi.

Esecuzione

Prima di eseguire Utthita Trikonāsana, la muscolatura del corpo deve essere riscaldata con posizioni che prevedano l’allungamento della schiena e delle gambe. La serie di Utthita Pāḍāṅguṣṭhāsana a terra (gli stiramenti delle gambe con la schiena sul pavimento) può essere inserita nella sequenza prima di eseguire Utthita Trikonāsana.

Quando si costruisce Utthita Trikonāsana, tenere a mente i tre triangoli sopra descritti.

L’inizio

Posizionarsi in Tadāsana. Divaricare le gambe fino a mantenere una buona stabilità su entrambi i piedi. Vi sono diverse questioni controverse che riguardano l’esecuzione e quindi la preparazione di Utthita Trikonāsana. Di seguito si propone un’indicazione che andrà però affiancata alle successive descrizioni proposte. Non c’è una procedura migliore di un’altra, dipende da come il corpo si sente più a suo agio. Il consiglio è quello di affidarsi al parere del proprio insegnante di riferimento.

I piedi

Una volta divaricate le gambe, un piede deve essere girato verso l’esterno, con un angolo di circa 90 gradi. Il secondo dito di questo piede dovrebbe essere allineato con la tibia, il ginocchio, la coscia e l’anca. In questo modo si riesce a mantenere il ginocchio in linea evitando di sollecitare i legamenti dell’articolazione. L’iperestensione del ginocchio è da evitare. A tal fine è necessario attivare la muscolatura anteriore della coscia (quadricipite femorale) o lasciare la gamba leggermente piegata (il ginocchio è sbloccato). Ruotare leggermente verso l’esterno il tallone dell’altro piede in modo da avere le dita lievemente rivolte verso l’interno.

Le braccia

Sollevare le braccia parallele al suolo. Il braccio corrispondente al piede ruotato di 90 gradi, permette l’allungamento del busto e ne favorisce l’inclinazione verso la gamba. Il braccio opposto viene portato sulla stessa linea dell’altro ma con le dita rivolte verso il cielo. Le braccia in Utthita Trikonāsana devono essere mantenute attive. Si potrà notare come la discesa e la risalita dalla posizione sia facilitata se le braccia e le mani vengono allungate per tutto il tempo dell’esecuzione. Questo aiuterà anche il movimento del busto.

Le mani

La mano che scende verso il basso può appoggiarsi alla gamba a patto che non venga utilizzata per sostenere il busto. Sono le gambe infatti a mantenere la fermezza della posizione. Se il corpo è molto flessibile, la mano può toccare il suolo all’interno o all’esterno del piede. La posizione più intensa si esegue con la mano all’esterno del piede. La mano rivolta verso l’alto deve essere mantenuta con le dita ben distese.

Il busto

Allungare il busto portando i fianchi paralleli al suolo e percepirne l’estensione. Può capitare di sentire che il fianco rivolto verso l’alto venga disteso eccessivamente creando una fastidiosa sollecitazione della schiena, nella zona lombare. È fondamentale cercare di allungare il fianco opposto (quello rivolto verso il basso). In questo momento si sta costruendo il secondo triangolo: potrebbe rivelarsi utile visualizzarlo e cercare di allungare la sua base. Così facendo si riduce l’eccessiva estensione del busto.

Quando il torace è correttamente posizionato, il basso ventre si ritirerà verso il dentro, mentre la gabbia toracica e il petto si espanderanno al ritmo della respirazione che deve essere mantenuta costante.

La testa

Il capo andrebbe ruotato in modo che lo sguardo si fissi sulla mano rivolta verso l’alto. In tutti questi anni di insegnamento di Utthita Trikonāsana, ho potuto verificare che ad alcune persone riesce molto complesso ruotare il capo. Se ciò avviene, è decisamente preferibile mantenere lo sguardo rivolto in avanti o guardare il piede ruotato di 90 gradi. La cosa realmente importante è che il collo non si affatichi nel tentativo di mantenere la rotazione della testa. Il mento deve essere portato leggermente verso lo sterno per allungare il tratto cervicale.

Durata della posizione

La posizione viene mantenuta per il tempo che si sente idoneo, l’importante è che la respirazione rimanga tranquilla e continua lungo l’intera esecuzione.

Come tutte le posizioni asimmetriche, ripetere dall’altro lato per il medesimo periodo di tempo.

Le questioni controverse

La questione maggiore è come tenere i piedi. Dato per scontato che i piedi devono essere divaricati e uno ruotato di 90 gradi, qual è la distanza corretta? Quale tipo di allineamento?

La distanza corretta tra i piedi è quella che garantisce la stabilità della posa. È inutile allargare i piedi troppo o troppo poco: nel primo caso probabilmente sembrerà di cadere in avanti o indietro, nel secondo invece l’allungo del fianco rivolto verso l’alto risulterebbe eccessivo, a discapito di quello rivolto verso il basso che sarebbe accorciato. È necessario che ogni praticante sperimenti e trovi la corretta distanza tra i piedi.
Più spinosa è invece la questione di quale allineamento si deve impostare tra i piedi. C’è chi sostiene che il tallone del piede ruotato di 90 gradi debba essere in linea con il tallone della gamba posteriore. In questo caso, si potrebbe imporre al bacino un’eccessiva apertura con un carico inutile e controproducente all’anca. 

Altri sostengono invece che il tallone del piede ruotato di 90 gradi debba essere in linea con la punta del piede della gamba posteriore. In questo caso però a farne le spese sarebbe il busto, con un eccessivo sforzo per mantenere la rotazione del fianco superiore verso il soffitto.

Cosa fare?

La via di mezzo è forse il suggerimento che meglio si applica. Lasciare che i piedi si pongano alla distanza che viene spontaneamente così come l’allineamento tra i talloni e le dita dei piedi, credo sia la soluzione al dilemma. Non è possibile standardizzare una posizione: ognuno avrà la sua modalità di esecuzione in funzione delle proprie caratteristiche fisiche. Ciò che ho potuto notare come praticante e come insegnante è che il piede ruotato di 90 gradi tende ad allinearsi con il centro dell’arco plantare dell’altro piede. Il consiglio è, come sempre, di rivolgersi al proprio insegnante di riferimento per stabilire insieme quale sia la modalità di esecuzione migliore per sé.

Benefici e controindicazioni

Utthita Trikonāsana è un’ottima posizione per allungare la muscolatura laterale del busto, i muscoli delle gambe e, inoltre, favorisce la respirazione toracica e clavicolare.

Utthita Trikonāsana non ha particolari controindicazioni ma necessita di alcuni accorgimenti:

  • le ginocchia devono essere distese ma non spinte indietro;
  • il collo deve essere mantenuto in una posizione che non causi tensioni alle spalle o al tratto cervicale;
  • prestare attenzione in caso di patologie alla colonna vertebrale;
  • anche se la tendenza potrebbe essere quella di cercare di appoggiare la mano verso terra, prestare attenzione perchè spesso questo tentativo porta a perdere gli allineamenti forzando la schiena.

Buona pratica con Utthita Trikonāsana,

Guru o insegnante?

Coloro che conducono le classi di yoga sono guru (femminile gurvī), la cui corrispondenza in italiano potrebbe essere maestro/a, o sono insegnanti? Per cercare di dare una risposta plausibile, è necessario addentrarsi nei significati di queste due parole: guru e insegnante.

Il guru

Il termine guru indica un genitore o un precettore da cui un giovane riceve l’insegnamento del Mantra o di una preghiera [M. Monier Williams, A sanskrit english dictionary, pag. 359 col. 2]. Il guru riveste un ruolo importantissimo per l’India, infatti “il guru è colui che ha sommo peso nella vita, che la fonda, che impartisce la sacra iniziazione (dīkṣā)” [A. Rigopoulos, Hinduismo, pag. 213].

Tuttavia è l’esperienza personale del guru che può dirigere e orientare “i discepoli nella ricerca del fine ultimo, il mokṣa, e che certifica o, eventualmente, reinterpreta i testi sacri” [A. Rigopoulos, Hinduismo, pag. 213, 214].

Il maestro o guru
Il maestro o guru

Il guru è considerato quasi al pari di una divinità. Soprattutto in ambito tantrico, il guru deve essere venerato come un Dio così come la sua famiglia. Il discepolo deve onorare il maestro mettendosi al suo servizio e officiando rituali in suo onore (gurupūjā). [A. Padoux, Tantra, pag. 182].

L’insegnante

L’insegnante è colui che “esercita l’insegnamento privato, soprattutto dando lezioni in specifiche discipline” (Vocabolario Treccani online, consultato agosto 2019).

Come si colloca l’insegnante di yoga occidentale riguardo alla figura del guru?

L’insegnante di yoga

Sulla base delle definizioni riportate sopra, salvo rare eccezioni, a coloro che conducono classi di yoga non è possibile attribuire il rango di guru ma quello di insegnante in quanto trasferisce il suo sapere attraverso le lezioni. Questo non significa sminuire il ruolo che l’insegnante di yoga ha durante l’attività di insegnamento, al contrario ha un compito molto importante e a volte anche delicato. La trasmissione dello yoga è un’arte tutt’altro che semplice. L’insegnante di yoga in aula si trova di fronte a richieste sia in ambito corporeo per particolari patologie che in ambito psicologico. Non è raro infatti che le persone inizino un percorso di yoga per alleviare lo stress.

Apprendere lo yoga

Lo scopo del praticante e del suo insegnante di yoga dovrebbe essere quello di riuscire a portare lo yoga nel proprio contesto quotidiano. Questo significa che lo studente di yoga deve cercare di apprendere tutto il necessario per riuscire a sviluppare una pratica personale.

L’inizio del processo di apprendimento

In generale si può affermare che uno dei processi di apprendimento, sin dalla tenera età, sia l’imitazione. Lo yoga, in particolare modo per la parte relativa alle posizioni (āsana), non fa eccezione.

Imitare l’insegnante

Classe di yoga
Classe di yoga

Durante la pratica dello yoga, l’insegnante viene osservato mentre esegue gli āsana da proporre ai praticanti. Quando si dedica all’insegnamento tecnico delle posizioni, può infatti far uso della dimostrazione su di sé per trasmettere tutte le opportune indicazioni. I praticanti provano così a riprodurre con il proprio corpo quanto appreso dalla spiegazione dell’āsana, imitando così il proprio insegnante. L’imitazione potrebbe tuttavia tradursi nel tentativo di eseguire le posizioni nel modo più fedele possibile a come vengono presentate. Tale tentativo può inoltre essere confermato dalle correzioni che l’insegnante attua nelle diverse parti del corpo, a suo avviso, da sistemare.

Per sviluppare la pratica personale, si deve cercare di uscire dalle catene imitative, prestando attenzione al proprio corpo, che ha già insito un sapere.

Attenzione al proprio corpo

Una volta ottenute le necessarie informazioni su come eseguire un āsana, ovvero le indicazioni per evitare infortuni o controindicazioni particolari, l’attenzione deve essere rivolta verso il proprio corpo e sentire come e cosa ci suggerisce durante l’esecuzione di quella particolare posizione. A occhi esterni, potrebbe sembrare che la stessa posa sia molto diversa e concludere che sia scorretta; forse che in un campo fiorito, tutti i fiori sono esattamente identici gli uni agli altri? Se si cerca di riprodurre fedelmente una posizione come eseguita dal proprio insegnante, si esce da uno schema all’altro, o in altre parole, si passa da un condizionamento a un altro. Lo yoga dovrebbe essere uno strumento che permette di uscire da questi processi mentali.

Sviluppare la pratica di yoga personale

L’attenzione del corpo permette di far crescere un senso critico nei confronti della sequenza che viene proposta dall’insegnante. Questo significa che non si avrà un atteggiamento totalmente passivo nei confronti della pratica. Con il tempo e con l’esperienza sul tappetino, si acquisirà quella competenza necessaria e quella fiducia nelle proprie sensazioni che permetterà di apportare modifiche, moderazione o intensità rispetto a una pratica che viene proposta. Si ricorda che lo scopo è quello di sviluppare la pratica personale, tra le proprie mura domestiche.

Il piacere della guida

Dopo aver sviluppato la pratica di yoga personale, slegata quindi dalla necessità di avere una guida, si apprezzerà ancora di più la pratica in aula, sotto la condotta di un insegnante. Sarà molto più godibile perché non si sarà delegato il proprio sapere ma questo sarà ulteriormente alimentato dagli insegnamenti proposti. La pratica diviene così un rituale, un momento in cui ci affidiamo per accedere a forme di sentire più sottili e non per mancanza di fiducia nelle proprie capacità di costruire una sequenza.

L’insegnante si libera dalle aspettative degli studenti e gli stessi acquisiscono quella indipendenza e responsabilità che sono pilastri per un percorso di crescita personale e di conoscenza di sé.

Si conclude l’articolo con un omaggio a tutti gli insegnanti di yoga con una citazione tratta dalla Taittirīya Upaniṣad:

[…] Bisogna dare con fede, non dare senza fede. Bisogna dare con magnanimità, bisogna dare con modestia, bisogna dare con rispetto, bisogna dare con simpatia. […] (C. Della Casa, Upaniṣad vediche, pagg. 233, 234).

Bibliografia

C. Della Casa, a cura di, Upaniṣad Vediche, ed. TEA, Torino 2000

M. Monier Williams, A sanskrit english dictionary, Motilal Banarsidass Publishers, Delhi 2005

A. Padoux, Tantra, Giulio Einaudi Editore, Torino 2011

A. Rigopoulos, Hindūismo, ed. Queriniana, Brescia 2005

Sitografia

Vocabolario Treccani www.treccani.it, consultato agosto 2019.

La posizione in piedi: Tāḍāsana o Samasthiti

Tāḍāsana è una delle prime posizioni  in piedi che si apprende all’inizio del percorso dello yoga. È una posizione molto interessante da indagare: attraverso la posizione in piedi si prende innanzitutto coscienza di come ci sistemiamo nello spazio in una posa che appartiene al contesto quotidiano.

Ognuno di noi, durante la giornata, è impegnato in tantissime attività che prevedono l’appoggio su tutti e due i piedi. È talmente scontato stare in piedi che, solitamente, non si presta la dovuta attenzione ai diversi dettagli, uno tra i tanti è il come viene distribuito il peso sui piedi.

Significato di Tāḍāsana

Tāḍāsana viene tradotto come la posizione della montagna; il dizionario traduce il termine tāḍa anche con “battito” o, se declinato al maschile, con “soffio” [cfr. A Sanskrit English dictionary, Monier-Williams, pag. 441 col. 3]. Le definizioni trovate evocano un concetto di viva solidità e allo stesso tempo di leggerezza. Si tenga presente che alcune scuole di yoga chiamano samasthiti la posizione in piedi, dove sama significa uguale e sthiti ha accezione di stabilità.

Esecuzione di Tāḍāsana

Tāḍāsana dovrebbe essere praticata a piedi scalzi. In realtà tutta la pratica dello yoga dovrebbe essere eseguita in questo modo, tuttavia per diverse ragioni si possono mantenere i calzini (ad esempio durante il periodo invernale, quando le temperature sono rigide, è bene mantenere al caldo i piedi).

Osservazione della posizione naturale 

Posizione in piedi naturale - Tāḍāsana
Posizione in piedi naturale – Tāḍāsana

Per investigare la posizione in piedi, porsi sul tappetino e rimanere a osservare la posa senza apportare modifiche. Sentire l’attimo in cui i piedi appoggiano al suolo è un momento molto importante: possiamo infatti percepire se si portano tensioni a livello della schiena o delle gambe. Il punto di partenza di Tāḍāsana è prendere consapevolezza della propria posizione eretta naturale, senza apportare correzioni o aggiustamenti.

Una volta percepita la posizione in piedi, procedere nel seguente modo.

I piedi e il loro corretto posizionamento

La distanza tra i piedi dovrebbe coincidere con la larghezza del bacino. Le dita dei piedi sono allungate e, per quanto possibile, leggermente divaricate tra loro, con gli alluci e i mignoli che premono sul pavimento. In questo modo potremo attivare gli archi plantari e rendere la posizione più stabile.

Le gambe

Le gambe sono distese ma con le ginocchia rilassate. Questo significa che non si devono spingere i polpacci verso il retro, estendendo così in modo esagerato le ginocchia, ma nemmeno lasciare le gambe piegate, per evitare di modificare la posizione della schiena, soprattutto nella zona lombare. 

La muscolatura anteriore delle cosce dovrebbe essere tonica. Grazie alla tonicità dei muscoli delle cosce è probabile che anche i glutei lo diventino.

Il busto e le braccia

Dopo aver posizionato i piedi e le gambe come indicato, concentrarsi sul busto: con ogni probabilità la parte bassa dell’addome tenderà naturalmente a rientrare verso l’interno. La gabbia toracica e il petto invece si espanderanno al ritmo della respirazione. Le spalle si rilassano e le braccia rimangono abbandonate lungo i fianchi.

La testa

A questo punto la testa dovrebbe aver già preso la posizione corretta. La sommità del capo è allungata verso l’alto, come la regione occipitale, mentre lo sguardo rimane fisso davanti a sè. Il mento viene lasciato lievemente in direzione dello sterno ma parallelo al suolo.

Tāḍāsana
Tāḍāsana

Questo è Tāḍāsana.

Una volta costruito Tāḍāsana, riprendere l’osservazione della posa come fatto durante la posizione in piedi naturale. Può essere interessante osservare le curve della propria colonna vertebrale e individuare i muscoli coinvolti nel mantenimento dell’āsana, dalla testa ai piedi.

La respirazione

Osservare dove il respiro tende a manifestarsi, se nella zona addominale, toracica o nel petto. 

Dato che il basso ventre viene tenuto verso l’interno, la respirazione sarà favorita nella zona costale e nel petto.

Il ritorno da Tāḍāsana

Il ritorno dagli āsana è un momento altrettanto interessante da osservare. Nel caso di  Tāḍāsana, solo a titolo di esempio, potrebbe essere percepito un generale crollo del corpo verso il basso, l’addome potrebbe sporgere in avanti, il collo aumentare la sua curva lordotica.

Questi sono tutti aspetti che riguardano il corpo fisico, aspetti utili per correggere eventuali difetti di postura anche durante le nostre attività quotidiane.

Tuttavia la posizione di Tāḍāsana agisce, come tutte le altre posizioni dello yoga, anche su un piano energetico. Vediamo cosa succede in Tāḍāsana.

Il significato sottile di Tāḍāsana

Come spiegato nella tecnica, in Tāḍāsana possiamo percepire la stabilità del corpo, oppure se un lato del corpo risulta essere più radicato dell’altro. È una posizione durante la cui esecuzione possiamo sperimentare la fermezza e l’affermazione di sè. La forma della posizione in piedi rappresenta il canale di connessione tra il cielo e la terra. È un guardare avanti senza voltarsi indietro. Tāḍāsana dona un senso di stabilità. È una posizione che mette in contatto la parte razionale con la parte emotiva dell’individuo. La solidità delle gambe permette alla mente di poter accedere a livelli profondi di consapevolezza e quindi di coscienza, pur mantenendo il contatto con la terra e con la propria natura.

Tāḍāsana rappresenta il punto di partenza del cammino. Non è un caso che nelle sequenze della pratica di yoga venga spesso inserita come propedeutica ad altre posizioni in piedi e utilizzata come punto di ritorno. È anche un āsana di riposo, dove è facilitata l’osservazione del ritmo del proprio respiro. 

La posizione in piedi può essere utilizzata anche durante la pratica della meditazione, se lo stare seduti a terra dovesse rendere le articolazioni sofferenti. Per questo motivo è una posizione che permette di sviluppare una ferma concentrazione.

Benefici e controindicazioni di Tāḍāsana

Tāḍāsana non ha controindicazioni, può essere eseguita in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. Non appena la si esegue, i benefici sono subito evidenti.

Non rimane che provare e verificare quanto descritto.

Buona pratica di Tāḍāsana.

Il Ṛg-Veda

Testi antichi

Se si desidera approfondire la cultura dell’India, è necessario conoscere l’importanza che la religione ha avuto (e ha tutt’ora) su questo territorio, in quanto ogni ambito culturale, dalla letteratura alla filosofia, è intriso dalla religione. Se si ignora o se si trascura questo aspetto, si rischia di non cogliere le sfumature e le metafore di cui le opere letterarie sono colme e sulle quali si fonda gran parte del pensiero indiano che risulta essere di interesse per il praticante di yoga.

In questo articolo si tratterà del Ṛg-Veda che, con i suoi inni, è una delle opere religiose più importanti nonché antiche dell’India. Appartiene al corpus della śruti.

Innanzitutto una domanda: perchè tra le quattro raccolte, Saṃhitā, l’interesse si concentra solitamente sul Ṛg-Veda? I motivi sono diversi; si cercherà di illustrarli con la consapevolezza che non si potrà essere esaustivi a causa della vastità e complessità dell’argomento.

Il contesto storico

Il Ṛg-Veda è la raccolta di inni più antica dei quattro Veda (viene fatto risalire intorno al 1200 a.C.). La collocazione temporale dell’opera è verificata perchè “esso (il Ṛg-Veda, nda) non presuppone la loro esistenza (degli altri tre Veda, nda), mentre al contrario, viene citato nelle altre tre [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 58].

Struttura del Ṛg-Veda

L’opera è composta da dieci libri per un totale di 10.462 strofe [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 55]. Gli inni sono per lo più dedicati a divinità rappresentate con diverse forme: da quelle umane, tra queste si segnala quella di Indra, il dio guerriero, a  quelle di fenomeni naturali come l’aurora, il fuoco, il soma (la sostanza inebriante) e altre manifestazioni come la parola. Sono presenti inoltre divinità secondarie che assumeranno solo in un tempo successivo una grande importanza nell’induismo. L’esempio più calzante è quello di Rudra, il dio della tempesta, che diventerà Śiva.

Śiva

Tema principale

Ciò che viene trattato nel Ṛg-Veda è sostanzialmente il rituale. Questo rappresenta la pratica esercitata dai sacerdoti, brāhmaṇi, che detengono la conoscenza del testo e hanno l’abilità e l’autorità per poterlo interpretare. I riti sono volti a soddisfare le esigenze materiali dei richiedenti attraverso la benedizione delle divinità invitate nel rito.

Agni, il fuoco

L’elemento fondamentale per il buon esito del rituale è il fuoco, agni, che, come anticipato, rappresenta non solo l’elemento, ma è simbolo del sole oltre che essere il dio.

Vi sono inoltre inni cosmogonici che raccontano come si sia formato l’universo, quali fossero state le forze propulsive alla sua creazione e chiari segni di istituzione della società e in particolare della suddivisione della popolazione in caste.

Gli inni più importanti

La scelta degli inni proposti è dettata dalla loro notorietà e importanza secondo la maggior parte degli studiosi. In particolare alcuni inni permettono di comprendere come si sia formata la suddivisione in caste della società indiana e come nell’antico subcontinente indiano, i fenomeni naturali fossero così adorati.

Si rileva inoltre che il X libro viene considerato un’appendice [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000, pag. 12] e quindi composto o in epoca successiva agli altri libri oppure in ambiente più inclini  agli aspetti filosofici [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000, pag. 12].

Seguiranno parti di inni al fine di illustrare meglio la struttura e il contenuto di quest’opera.

Puruṣa (X,90)

[…]
11. Quando smembrarono Puruṣa, in quanti parti lo divisero? Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora le sue cosce? E i suoi piedi?

12. La sua bocca diventò il brahmano, le sue braccia si trasformarono nel guerriero, le sue cosce nel vaiśya; dai piedi nacque lo śūdra. [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 67]

È un inno cosmogonico, narra di come siano state istituite le caste nella società indiana. Il mito racconta dello smembramento del Puruṣa, l’essere primordiale che fu sacrificato dagli dei per dare origine al mondo [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 314] : dalla bocca nascono i brahmani, dalle braccia i guerrieri, dalle cosce gli artigiani e i commercianti mentre dai piedi nascono gli schiavi.

Il Caos primordiale (X, 129)

[…]
4. In principio fu il desiderio che si mosse sopra Ciò, il desiderio che fu il primo atto fecondante della mente. Il legame di Ciò-che-è con Ciò-che-non-è lo trovarono nel loro cuore i poeti, cercandolo con la meditazione. [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 65]

In questo inno è chiaro il tentativo di comprendere quale forza abbia dato origine all’universo. È il desiderio a essere la forza propulsiva a fecondare la mente, la quale viene considerata un principio primordiale [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 247 nota 9] ed è la meditazione che permette la comprensione di ciò.

Lode di Agni (I, 143)

[…]
8. O Agni che mai vieni meno, proteggici con i tuoi forti e potenti protettori che mai vengono meno; con i tuoi guardiani che non si possono ingannare, infallibili, che non chiudono mai gli occhi, proteggi tutt’intorno i nostri figli, o dio che sei l’oggetto del nostro desiderio! [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 97]

Come anticipato, il dio Agni, il fuoco, è una delle divinità più importanti del pantheon vedico. Rappresenta il fuoco sacrificale del rito vedico e per questo è l’essenza del rituale stesso.

A Indra (II, 21)

[…]
2. A colui che è superiore a tutti, al distruttore, al vincitore, a colui che domina senza essere dominato, a colui che mette in ordine, al potente divoratore, all’auriga impossibile da superare, a colui che sempre domina, a Indra, rivolgete i vostri doni fatti di parole! [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 85]

Indra è uno degli de più importanti del pantheon vedico. È il dio guerriero che combatte le tenebre, è il protettore degli uomini.

La protezione di Soma (VII,48)

[…]
4. Ora che ti abbiamo bevuto, diventa salute per il nostro cuore, o Indu; sii benigno con noi, o Soma, come un padre per il figlio, come un amico per l’amico, o provvisto di ampia gloria, tu che sei saggio. Facci attraversare, o Soma, tutto il periodo della nostra vita, perché possiamo vivere. [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 102]

Soma, la bevanda inebriante, è una divinità a cui vengono dedicati molti inni nel Ṛg-Veda. Il succo ottenuto dalla sua spremitura dona a Indra la forza necessaria a combattere i demoni; la battaglia tra luce e tenebra, dei e demoni, è un tema molto frequente nella letteratura dell’India.

La lettura del Ṛg-Veda

Le parti degli inni proposte sono solo brevissimi esempi della pluralità di aspetti relativi al sacrifico vedico. Il tema del sacrifico è centrale per il pensiero dell’India. Nella letteratura successiva, come le Upaniṣad, il sacrifico assume un aspetto metaforico e simbolico, ma le sue fondamenta derivano da quanto contenuto nei Veda. La lettura del Ṛg-Veda, per quanto parziale, è pilastro imprescindibile per comprendere le correnti di pensiero che ruotano attorno alla pratica dello yoga.

Una accurata selezione degli inni più interessanti si può trovare nel testo curato da S. Sani indicato in bibliografia.

Bibliografia

G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000.
S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000.

Prāṇāyāma: la respirazione a narici alternate o Nāḍī śodhana

pranayama respirazione narici alternate

La tecnica di prāṇāyāma trattata in questo articolo è adatta anche ai principianti in quanto di facile esecuzione; da un punto di vista energetico la respirazione a narici alternate è una delle tecniche di respirazione più complete.

Prima di addentrarci nella descrizione, può essere utile soffermarsi sul significato di prāṇāyāma.

L’arte della respirazione

pranayama_arte_della_respirazione

Con prāṇāyāma si intende la pratica respiratoria dello yoga. La respirazione ha un ruolo ruolo fondamentale nella pratica degli āsana. Se si esegue una qualsiasi posizione senza prestare alcuna attenzione alla respirazione o se si entra in uno stato di apnea non voluta, il corpo va in sofferenza e la mente si agita.

Una simile condizione si può sperimentare anche nel proprio quotidiano: solo a titolo di esempio, lo stress induce una sorta di apnea. Il lavoro sedentario porta l’apnea. Se in questo esatto momento si prende un respiro più profondo, forse si potranno già percepire i benefici di una respirazione più profonda e controllata. Il termine “controllata” non è a caso. Prāṇāyāma letteralmente significa controllo del prāṇa. Il prāṇa può essere definito come energia vitale; questa si ottiene dal riposo, dall’alimentazione e, ovviamente, dalla respirazione.

Controllare il prāṇa attraverso la respirazione significa nutrire il corpo e la mente di energia vitale. L’aria che entra ed esce dalle narici si inserisce in due importanti canali energetici (denominati nāḍī) trasportando con sé energia vitale.

Alcune tecniche di prāṇāyāma sono molto semplici mentre altre risultano più complesse.

Il consiglio per chi è all’inizio della pratica del prāṇāyāma è quello di affidarsi a insegnanti con esperienza. Il lavoro sulla respirazione deve essere affrontato con gradualità. Se dovessero emergere difficoltà, non esitate a chiedere al vostro insegnante.

Nāḍī śodhana

Il significato di Nāḍī śodhana è “purificazione delle nāḍī”.

Benefici

Questo tipo di respirazione calma la mente agitata e purifica (śodhana) i canali (nāḍī) che, secondo la fisiologia sottile dello yoga, costituiscono l’intera rete energetica dell’individuo.

Questo articolo propone la versione più semplice della tecnica, adatta quindi anche a persone poco esperte. Nāḍī śodhana favorisce inoltre l’equilibrio energetico tra il lato destro e sinistro del corpo.
“[…] Cambiando i lati per l’inalazione e l’esalazione, l’energia raggiunge le parti più remote del corpo e del cervello attraverso le nāḍī che si incrociano ai chakra. Il sādhaka conquista il segreto dell’azione equilibrata in tutte le parti del cervello, e conosce così la pace, la posatezza e l’armonia.” (cfr. Iyengar, “Teoria e pratica del prāṇāyāma” pag. 262)

Tecnica

Seduti con la schiena dritta. È importante prestare attenzione all’allineamento della testa durante l’esecuzione della respirazione a narici alternate. Spesso capita che la testa segua la mano inclinandosi leggermente verso il basso; è fondamentale invece che tutte le vertebre della spina dorsale (comprese quindi quelle cervicali) siano ben allineate tra loro.

Piegare l’indice e il medio della mano destra sul palmo e portare la mano al naso. Il pollice e l’anulare si appoggeranno sulle narici chiudendole alternativamente (il mignolo rimane libero). Non è necessario serrare la narice con forza; è sufficiente premere la piega della narice quel tanto che basta per impedire il passaggio dell’aria.

Se durante la pratica il braccio destro (la cui mano è impegnata nella chiusura delle narici), dovesse appesantirsi, sarà sufficiente sorreggere il gomito con l’altra mano o invertire le mani (quest’ultima possibilità non sempre viene consentita).

Iniziare inspirando dalla narice sinistra.

Chiudere la narice sinistra.

Aprire la narice destra ed espirare.

Tenendo aperta la narice destra, inspirare (la narice sinistra è ancora chiusa).

Chiudere la narice destra.

Aprire la narice sinistra ed espirare.

Questo è un ciclo completo.

Al termine dell’esecuzione si sosta nella posizione seduta con la colonna vertebrale allungata verso l’alto, le braccia rilassate, rimanendo in ascolto delle sensazioni che eventualmente emergono nel corpo.

Osservazioni

Questa tecnica di prāṇāyāma non presenta particolari controindicazioni, può essere praticata da chiunque e in qualsiasi momento; tuttavia, se durante l’esecuzione si dovesse avvertire un senso di disagio o di affaticamento, terminare il ciclo in corso e riprendere una respirazione naturale e spontanea.

Solo a titolo esemplificativo, si riportano alcune testimonianze di alcuni praticanti raccolte direttamente dalle lezioni in cui veniva proposto Nāḍī śodhana.

“Ho una narice molto più libera dell’altra”

Questo è il commento più frequente: in effetti le narici rispondono in maniera differente. Salvo deviazioni del setto nasale o altro, con il tempo Nāḍī śodhana potrebbe portare maggior equilibrio tra le due narici riducendo eventuali differenze.

È faticoso mantenere la colonna vertebrale allungata verso l’alto”

Durante la pratica di qualsiasi tecnica di prāṇāyāma la schiena deve essere mantenuta dritta. Se questo dovesse risultare faticoso è possibile sostenere la posizione seduta con cuscini e coperte. Qualora la posizione dovesse essere ancora difficoltosa è possibile sedersi su una sedia. Anche in questo caso, si può chiedere aiuto al proprio insegnante di riferimento.

È necessario comunque concedere del tempo al corpo per  divenire sufficientemente tonico ed elastico per mantenere a lungo la posizione seduta a terra. Tale condizione la si ottiene praticando gli āsana.

“Per quanto tempo si deve eseguire Nāḍī śodhana?”

La questione della durata di una tecnica di prāṇāyāma è molto discussa. La parola chiave è gradualità. L’aspetto importante è terminare un ciclo completo; il numero di esecuzioni è superfluo, aumenterà con la pratica.

Se dovesse subentrare un affaticamento o difficoltà, è possibile ritornare a qualche respirazione naturale tra un ciclo e l’altro.

Bibliografia e proposte di lettura

B.K.S. Iyengar, “Teoria e pratica del prāṇāyāma” – Ed. Mediterranee Roma 1997

S. N. Saraswati, “Prana Pranayama Prana Vidya” – Ed. Satyananda Ashram Italia Montescudo (RN) 2003

S. Redini, “Prāṇāyāma – Dal respiro nel corpo al corpo nel respiro” – OM Edizioni Bologna 2015 Collana Rasa Marga curata da Anthropos acsd