Introduzione alla letteratura sanscrita dell’India: la śruti e la smṛti

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La letteratura sanscrita dell’India è costituita da un patrimonio di testi suddivisibili in due categorie: testi appartenenti alla letteratura rivelata (śruti) e testi della letteratura prodotta dall’uomo (smṛti). In questo articolo si cercherà di chiarire meglio questi due grandi filoni letterari.

Oralità e scrittura

Innanzitutto è importante specificare che quando si parla di testi della letteratura antica dell’India (da circa il 1200 a.C.) non si fa riferimento a opere scritte. La loro trasmissione avveniva solo oralmente. La datazione della scrittura in India è argomento piuttosto controverso. Un primo plausibile riferimento che introduce la scrittura è con le “prime fattuali testimonianze epigrafiche (con l’imperatore Aśoka alla metà del III sec. a.C.)” [cfr. R. Torella, Il pensiero dell’India, Carocci editore Roma 2012, pag. 158]. Una seconda ipotesi è “datare la scrittura in India intorno al VII sec. a.C.” [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 9].

La letteratura della śruti

testi rivelati

La parola śruti deriva dalla radice verbale √śru-, che significa udire. Śruti è la letteratura che è stata “udita” da uomini straordinari (ṛṣi) in grado di trasmettere all’umanità quanto percepito da un’essenza superiore, dalla “diretta manifestazione stessa dell’Assoluto come testo” [cfr. R. Torella, Il pensiero dell’India, Carocci editore Roma 2012, pag. 20]. I ṛṣi, o veggenti, sono coloro in grado di “vedere”, “udire” e tradurre in parole i messaggi della rivelazione divina. I primi testi di riferimento sono costituiti da quattro raccolte, Saṃhitā o meglio conosciute come Veda, a cui sono collegati altri testi, i Brāhmaṇa, che fungono da manuali di istruzione per l’esecuzione dei rituali contenuti nelle Saṃhitā. Degni di nota sono inoltre gli Āraṇyaka (I testi della foresta) che illustrano il rituale da un punto di vista simbolico.

Le Saṃhitā

Le Saṃhitā sono quattro: Ṛg Veda S. (la più antica, 1200 a.C.), Yajur Veda S., Sāma Veda S. e Atharva Veda S.

La lingua di composizione dei Veda è l’antico indiano o vedico [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 7].

I Veda trattano diversi argomenti tra cui la teoria cosmogonica, inni a divinità e rituali. L’esecuzione dei riti, volti a ottenere il favore degli dei per trarre vantaggio nella corrente esistenza, era affidata a un gruppo di sacerdoti che conoscevano a memoria il testo a cui avevano dedicato lo studio.

I sacerdoti della società indiana dell’epoca, denominati brahmani ovvero appartenenti alla casta dei brahmana, la più prestigiosa delle quattro previste, erano coloro che potevano accedere alla letteratura rivelata (śruti) o brahmanica. Le persone di bassa casta (śudra) non erano invece considerate degne di ascoltare gli insegnamenti contenuti in questi testi.
Dai Veda deriva la successiva letteratura brahmanica, all’interno della quale si trovano le Upaniṣad.

Le Upaniṣad

Le  Upaniṣad testimoniano il carattere speculativo del periodo in cui sono state composte. La loro composizione è databile dal 600 a.C. circa fino ad arrivare ai nostri giorni [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 53].

Questi testi contengono per lo più dialoghi tra maestro e discepolo e trattano le questioni esistenziali dell’individuo. Questa peculiarità emerge nella stessa parola Upaniṣad, composta dalla radice verbale √sad– che significa sedere, e i prefissi verbali upa– e ni-. La traduzione può quindi essere “sedersi in basso”, ovvero posizionarsi ai piedi del maestro per ricevere gli insegnamenti.

L’argomento principale trattato è la definizione di brahman (sé universale) e ātman (sé individuale). Questo è un tema piuttosto complesso, non esauribile con poche parole.

Le Upaniṣad sono inoltre caratterizzate da confronti di diverse teorie filosofiche sostenute da diversi maestri. La capacità di difendere le proprie convinzioni screditando le opposte è una qualità indispensabile per un maestro.

La letteratura della smṛti

La letteratura della smṛti è quella prodotta dall’uomo, ovvero l’insieme della tradizione religiosa brahmanica sviluppata proprio dall’uomo e che comunque fa riferimento alla verità rivelata dai Veda. È una letteratura molto vasta: da evidenziare sono i poemi epici, come il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa e i testi che trattano gli scopi dell’esistenza secondo il pensiero indiano (il Mānavadharmaśāstra per il dharma, l’Arthaśastra per l’artha e il Kāmasūtra per il kāma).

I Purāṇa

Una parte della letteratura della smṛti molto importante è costituita dai Purāṇa. Questi testi sono considerati delle vere e proprie enciclopedie da cui è possibile trarre moltissime informazioni in merito agli usi e costumi dell’India nel loro periodo di composizione [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 220].

I Purāṇa contengono inni e invocazioni alle divinità, tra cui Śiva, Viṣṇu e la Dea. Di particolare interesse è il Mārkaṇḍeya Purāṇa che contiene il primo testo tantrico, denominato Devī Māhātmya, che narra le gesta eroiche della Dea e della sua potenza (śakti).

Chi può accedere alla smṛti

L’accesso a questa letteratura è consentito anche alle persone di bassa casta. I praticanti di yoga troveranno inoltre interessante la parte della letteratura della smṛti costituita dai testi appartenenti alle diverse scuole di pensiero (darśana), tra cui troviamo il Sāṃkhya e lo Yoga Sütra di Patañjali.

Perchè è importante conoscere questa suddivisione?

La suddivisione tra la letteratura rivelata (śruti) e quella prodotta dall’uomo (smṛti) è un aspetto molto importante da conoscere quando si desidera approfondire dal punto di vista letterario la cultura dell’India. In generale si può affermare che la smṛti, nonostante sia costituita da testi molto importanti e conosciuti, occupa un posto secondario rispetto alla śruti. I testi della smṛti prendono ispirazione dalla letteratura rivelata.

Perchè chi pratica e/o insegna yoga dovrebbe essere interessato alla letteratura sanscrita dell’India?

Se si desidera approfondire la pratica dello yoga anche attraverso i suoi testi, è necessario partire dalla base. Le opere letterarie devono essere innanzitutto conosciute in funzione del loro periodo storico di composizione (senza dimenticare la difficoltà della datazione, soprattutto per i periodi più antichi) e del motivo che ha portato alla loro composizione (prayojana).

In questo modo si facilita il tentativo  per il praticante di yoga di accedere alle definizioni di Brāhman, di Ātman, e ad altri termini della letteratura indiana che sono frequentemente utilizzati durante le lezioni di yoga. Può sembrare complesso, tuttavia sarà un vero e proprio arricchimento della pratica sul tappetino.

Buono studio.

Bibliografia

G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000.

R. Torella, Il pensiero dell’India, Carocci editore Roma 2012.



Con i piedi in sù: halāsana e sarvangāsana

In questo articolo si tratterà degli āsana che prevedono l’appoggio sulle spalle: halāsana (conosciuta come aratro) e sarvangāsana (nota come candela).

La domanda più frequente che viene posta per halāsana e sarvangāsana è come tenere il collo, dato che durante la loro esecuzione alcuni possono lamentare di percepire una compressione al viso e/o un senso di soffocamento. Se così percepito, le posizioni non sono svolte correttamente.

Prima di addentrarci nell’aspetto tecnico, si ricorda che la respirazione deve essere mantenuta costante per tutto il tempo dell’esecuzione degli āsana qui illustrati. In particolare, la respirazione deve essere portata nella zona addominale (per approfondire si rimanda all’articolo La respirazione yogica completa).

La posizione corretta del collo

Il tratto cervicale è un segmento della colonna vertebrale compreso tra l’atlante, ovvero la prima vertebra cervicale su cui poggia la testa, e la settima vertebra cervicale. Questa parte della spina vertebrale ha, in condizioni normali, una curva lordotica. Questo significa che quando ci troviamo sdraiati supini a terra, il collo non deve appoggiare sul pavimento. Le parti alte del corpo che si trovano a contatto con il suolo sono la nuca, la zona delle spalle e delle scapole. Questo aspetto è fondamentale per il corretto posizionamento del collo per halāsana e sarvangāsana. La curva cervicale deve essere rispettata per l’intera esecuzione della sequenza capovolta.

Halāsana

Halāsana

Halāsana

Sdraiati supini a terra, portare le ginocchia al petto mantenendo le braccia lungo i fianchi con i palmi delle mani rivolti verso il basso. Può essere di aiuto portare lo sguardo verso l’alto e leggermente indietro; probabilmente la curva cervicale si accentuerà, ma si rivelerà utile per quando ci si troverà nella posizione finale. Distendere le gambe verso il soffitto e, attivando la muscolatura addominale, sollevare il bacino fino a che le cosce non si trovino sopra la testa. Le ginocchia possono essere distese o leggermente piegate, non è necessario che le punte dei piedi tocchino terra. Se per raggiungere il pavimento si estende in modo eccessivo la schiena, la posizione non è corretta. Si può sostenere la schiena con le mani oppure lasciare le braccia allungate sul pavimento (in questo ultimo caso però si deve essere nella condizione di toccare il suolo con i piedi). Il bacino deve essere allineato con le spalle; non superare questa linea. Il corpo deve essere mantenuto in uno stato di quiete: l’allungamento della muscolatura posteriore avverrà naturalmente e con gradualità.

Rimanere in halāsana

Presa la posizione di halāsana, è necessario lasciare che il respiro si espanda nella zona addominale. In particolare, è probabile che la respirazione venga percepita nella parte lombare della schiena. Questo è un ottimo metodo per rilassare i muscoli e per favorirne l’allungamento. È importante che il mento non si avvicini allo sterno e che il collo non tocchi il pavimento. Se così non dovesse essere, si consiglia di riportare la schiena a terra ed eventualmente riprovare.

Il passaggio in sarvangāsana da halāsana

Sarvangāsana

Per passare da halāsana a sarvangāsana, è necessario avere le mani a sostegno della schiena (indicativamente all’altezza dei fianchi) quindi sollevare le gambe verso il soffitto (anche una gamba alla volta). In teoria il busto e le gambe dovrebbero trovarsi sulla stessa linea, in pratica l’esecuzione di sarvangāsana risulta essere piuttosto difficoltosa; meglio rimanere con il busto e le gambe inclinate, con il tempo, si riuscirà ad assumere una posizione più verticale. Mantenere la respirazione nell’addome (in questo modo si toglie la sensazione di pressione dal capo e dalla gola).

In sarvangāsana la posizione del collo deve essere mantenuta come in halāsana (ovvero con il tratto cervicale che non appoggia sul pavimento).

Ritornare con la schiena a terra

Quando si decide che la sequenza delle posizioni capovolte è terminata, occorre inclinare leggermente le gambe verso la testa, attivare la muscolatura addominale e usare le braccia sul pavimento per frenare la discesa. La schiena dovrebbe appoggiare delicatamente, una vertebra per volta (evitare il ritorno a terra senza controllo).

Precauzioni e alternative

Se nonostante tutte queste indicazioni le posizioni capovolte dovessero rivelarsi ancora ostiche, è possibile ricorrere alla salita con il muro.

Halāsana e sarvangāsana con l’aiuto della parete

Per effettuare la salita con l’aiuto del muro è necessario portare le natiche vicino a una parete e la schiena sul pavimento. Premere i piedi sul muro così che il bacino possa sollevarsi verso il soffitto. Le mani vanno a sostegno del bacino e, una gamba alla volta, si portano le gambe sopra la testa. La discesa segue il processo inverso. Un piede per volta si appoggia al muro, delicatamente si riporta la schiena sul pavimento mentre le braccia rimangono lungo i fianchi.

Se anche la salita con il muro dovesse risultare difficile, si possono portare le gambe in appoggio alla parete con il bacino sostenuto da una coperta ripiegata. Si potrà ugualmente beneficiare delle posizioni capovolte nel rispetto del proprio corpo.

Precisazioni

Le posizioni capovolte qui illustrate possono essere eseguite anche con un supporto sotto le spalle che garantisca la corretta impostazione del collo. Se si ha poca esperienza di halāsana e di sarvangāsana, rivolgersi al proprio insegnante prima di utilizzare una qualsiasi forma di attrezzo. Un uso improprio dei supporti potrebbe rivelarsi peggiore dell’esecuzione a corpo libero.

Benefici e controindicazioni

Le posizioni capovolte aiutano la circolazione periferica e decongestionano l’addome. Stimolano la regione tiroidea, allungano la muscolatura posteriore del corpo (in particolare halāsana).

In linea di massima sono da evitare nelle seguenti situazioni:

  • durante il ciclo mestruale
  • in caso di ipertensione
  • disturbi agli occhi (pressione alta, distacco della retina, etc.)
  • in caso di patologie che interessano il tratto cervicale.

In ogni modo, queste posizioni andrebbero praticate sotto la guida di un/una insegnante esperto.

Buona pratica con i piedi in sù.

L’epica indiana – Rāmāyaṇa

La letteratura sanscrita dell’India ha il compito di illustrare, attraverso diverse modalità di insegnamento, come poter conseguire lo scopo ultimo dell’esistenza, mokṣa, meglio conosciuto come liberazione dal ciclo delle rinascite.

I poemi epici

I poemi epici non fanno differenza. Il compito di queste opere è illustrare le qualità filosofiche, etiche, etc. tipiche del pensiero indiano, attraverso il racconto del mito. Per questo motivo, anche se non l’unico, sono considerati componimenti a carattere religioso. I personaggi principali sono divinità o individui che ne impersonano le qualità.

I poemi indiani più importanti e probabilmente più conosciuti sono il Rāmāyaṇa e il Mahābhārata. Tali poemi rientrano nella categoria degli Ītihāsa che significa “così fu in verità” o “fu proprio così” [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 128].

Il Rāmāyaṇa

In questo articolo tratteremo il Rāmāyaṇa, opera epica composta dal poeta Vālmīki intorno al IV sec. a.C., ma come spesso accade nella letteratura antica indiana, la datazione è piuttosto incerta. Il Rāmāyaṇa rientra nel corpus della letteratura della smṛti, ovvero la letteratura prodotta dall’uomo.

Breve riassunto della trama del Rāmāyaṇa

Rāma come incarnazione di Viṣṇu

Il Rāmāyaṇa narra le gesta eroiche di Rāma, considerato una discesa sulla terra in forma umana del dio Viṣṇu. La venuta di Viṣṇu nelle sembianze di essere umano fu richiesta dagli dei. Viene infatti narrato che questi ultimi fossero tormentati da un potente demone, Rāvaṇa, il quale godeva della protezione del dio Brahmā. Tale protezione impediva al demone di essere ucciso da qualsiasi essere vivente, al di fuori degli esseri umani.  Così Viṣṇu, per aiutare gli dei, discese sulla terra in questa forma.

Il principe Rāma

Nonostante nel poema Rāma riesca in imprese impossibili da compiere per un essere umano, egli ignora la sua vera natura. Nel poema Rāma è un principe, figlio di Daśaratha, un re che aveva dato splendore al suo regno (Ayodhyā). Daśaratha ottiene la sua discendenza solo dopo aver compiuto un sacrifico che risolve la sua infertilità. Dalle sue tre mogli nascono quattro bambini, tra cui Rāma. Degno di nota è il suo fedele fratello Lakṣmaṇa.

L’esilio di Rāma

Epica indiana Ramayana

Rāma combatte contro
Rāvaṇa

Rāma viene ingiustamente esiliato per quattordici anni. Sua moglie Sītā e suo fratello Lakṣmaṇa decidono di seguirlo e condividere con lui il lungo periodo di allontanamento. A causa di diverse vicissitudini, Sītā viene rapita dai demoni che popolano la foresta in cui avevano trovato rifugio fino a quel momento. Sītā viene portata nell’isola di  Laṅkā, regno del demone Rāvaṇa.

Rāma, disperato, compirà gesta eroiche fino a ottenere la liberazione di Sītā e la morte di Rāvaṇa.

Il dio scimmia Hanuman

Immagine dio Hanuman
Hanuman, il dio scimmia

Il dio scimmia Hanuman aiuta Rāma nell’impresa. Hanuman è famoso per essere uno dei massimi esempi di devozione verso una divinità. È noto anche per la sua capacità di coprire con un solo passo la distanza tra l’estremità meridionale dell’India e l’isola di Laṅkā (tra gli āsana dello yoga, hanumanāsana rappresenta tale passo).

Perché si dovrebbe leggere il Rāmāyaṇa

Le virtù di Rāma

Innanzitutto le versioni disponibili in commercio possono risultare una piacevole lettura. Come anticipato, l’opera è una continua fonte di rimandi al pensiero indiano. Innanzitutto il Rāmāyaṇa illustra come essere un buon sovrano. Il poema contiene infatti una

serie di insegnamenti […] che mirano a delineare la figura ideale del re nell’ambito dell’eterna lotta che oppone le forze del bene/luce (deva) a quelle del male/tenebra (asura o rākṣasa); Rāma è pertanto il re ideale, ed è noto che ancora oggi il concetto della “sovranità ideale” è espresso dal composto rāma-rājya (la sovranità di Rāma). [G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 157].

La parte del testo in cui emerge questo insegnamento è quando Rāma apprende che la decisione del suo esilio è stata presa dal padre, il re Ayodhyā, a seguito di una promessa fatta a una delle sue mogli molto tempo prima. Nonostante sia stato destituito ingiustamente dal legittimo regno e condannato all’esilio, Rāma accetta la sua sorte, perchè è più importante rispettare la volontà del padre che ottenere il prestigio e il potere (anche se legittimo). Anche al giorno d’oggi in India, il culto di Rāma è uno dei più seguiti.

Le virtù di Hanuman e Sītā

Non è però solo il personaggio principale a essere fonte di ispirazione etica. Hanuman, oltre a essere noto per le sue qualità devozionali a Viṣṇu, rappresenta la forza morale, la cautela e la virtù dell’umiltà.

Sītā rappresenta la difesa del dharma e quindi dell’ordine eterno. Secondo il pensiero indiano, il dharma è il primo scopo dell’esistenza. Se l’individuo non rispetta il proprio dharma, sarà estremamente difficile che riesca a raggiungere la liberazione in quella esistenza. Se Rāma riesce nell’impresa di sconfiggere i demoni è grazie anche all’integrità morale di Sītā.

L’eterna lotta tra l’illusione e la conoscenza

Infine, da evidenziare è l’uso della metafora per spiegare l’eterna lotta tra ignoranza e conoscenza. Tale allegoria viene utilizzata quando il demone Rāvaṇa, durante la battaglia contro Rāma, scaglia l’arma denominata Māyā, conosciuta nella filosofia indiana come l’illusione, l’inganno.  Rāma risponde all’attacco lanciando l’arma Jñāna, la conoscenza.

Le parole chiave che possono essere estrapolate in questo poema sono: dharma, integrità, verità, māyā, jñāna. Tali termini sono fondamentali quando si tratta del pensiero indiano e della sua letteratura sanscrita.

Grazie per aver letto questo articolo e buona lettura del Rāmāyaṇa.

Bibliografia

G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000.

La respirazione yogica completa

Respirazione yogica completa
Respirazione yogica completa

Prima di trattare da un punto di vista tecnico la respirazione yogica completa, può essere utile e interessante percepire in questo preciso momento il proprio respiro. Percepire l’intensità, il ritmo e dove si manifesta nel tronco. Forse si può sentire nel petto, nella gabbia toracica o nell’addome. Come spesso accade quando si analizzano sensazioni nel corpo, non c’è una risposta più corretta di un’altra. Ora si può provare a respirare più profondamente, a coinvolgere con la respirazione tutto il busto, dall’addome al petto…ci stai riuscendo? Se la tua risposta è affermativa, allora sappi che ti stai avvicinando a quello che è la respirazione yogica completa. A questo punto entriamo nel dettaglio.

La meccanica della respirazione

Il diaframma con il suo movimento e con la collaborazione di altri muscoli, permette all’aria di entrare e uscire dai polmoni. In questo modo l’aria inalata, tramite reazioni biochimiche rapidissime, scambia l’ossigeno nutriente per le cellule con l’anidride carbonica (espulsa durante la fase dell’espirazione). La rete è ricca di materiali che spiegano in dettaglio questo processo; per approfondire se ne consiglia la consultazione.

Gli āsana dello yoga favoriscono la respirazione perché agiscono su tutta la muscolatura coinvolta in questa operazione.

La respirazione yogica frazionata

Le aree interessate dalla respirazione sono quella del petto (denominata anche clavicolare), toracica e addominale. Quando si prova a portare la respirazione in una sola di queste aree, la respirazione prende il nome di frazionata.

La respirazione addominale

Si presenta come un movimento di sollevamento e ritrazione della zona compresa tra l’ombelico e il basso ventre. In posizione supina, è possibile notare che durante l’inspirazione, l’addome pare gonfiarsi in fuori, quando si espira l’addome ritorna verso la schiena. Ciò che interessa di più è però la respirazione addominale in posizione seduta: in questo caso si potrebbe percepire il coinvolgimento dei fianchi e della zona lombare (in corrispondenza delle ultime costole).

La respirazione addominale è molto utile nei periodi di stress o quando si sente di essere “senza fiato”.

La respirazione toracica

Si esegue portando il respiro nella parte centrale del busto. Le costole seguono il movimento respiratorio allargandosi verso l’esterno durante l’inspirazione per restringersi quando si espira. Si può paragonare il movimento a quello della fisarmonica. La respirazione toracica massaggia e tonifica il diaframma, allenta le tensioni nella parte dorsale della schiena.

La respirazione clavicolare

Prevede che il respiro venga portato verso l’alto, verso le clavicole. Il petto si solleva a ogni inspirazione e si abbassa durante l’espirazione. Portare il respiro in questa zona permette di distendere la muscolatura alta della schiena e delle spalle.

La respirazione yogica completa

Da sapere che…

Quando si uniscono in un unico atto respiratorio le tre aree precedenti del corpo, si parla di respirazione yogica completa. L’inspirazione inizia nell’addome, prosegue nel torace e termina nel petto. L’espirazione segue lo stesso percorso. Alcune scuole di yoga trasmettono l’espirazione in maniera diversa, facendola iniziare dalla zona clavicolare e terminare nell’addome. Non c’è una regola unica, il consiglio è di seguire quello che il vostro insegnante di riferimento vi suggerisce.

La respirazione yogica

Si manifesta anche nelle parti laterali e posteriori del busto, anzi queste sono le parti più importanti per una corretta respirazione, non solo in quella frontale. La percezione delle aree della respirazione aumenta durante l’esecuzione degli āsana dello yoga. Se stiamo eseguendo halāsana o sarvangāsana, la respirazione si manifesterà nella zona addominale. Nello specifico caso di halāsana, sarà facile sentire la respirazione nella zona lombare.

Se invece stiamo eseguendo ustrāsana, il respiro si presenterà nella zona toracica e clavicolare. Il corpo sa esattamente dove poter espandere il proprio respiro per evitare l’apnea involontaria.

La respirazione yogica e le altre tecniche di prāṇāyāma

Imparare la respirazione yogica completa è fondamentale per apprendere le tecniche di prāṇāyāma. Solo a titolo di esempio kapālabhāti o bastrikā, richiedono la loro preparazione con la respirazione yogica completa.

Benefici e controindicazioni

Non ci sono controindicazioni quando si respira in maniera completa. Se si dovessero avvertire capogiri dovuti a un’iperossigenazione sarà sufficiente diminuire l’intensità della respirazione.

Quando eseguire la respirazione yogica

La respirazione yogica completa può essere praticata ovunque vi troviate e in qualsiasi situazione.



I quattro scopi dell’esistenza per la filosofia dell’India

i quattro scopi dell’esistenza per la filosofia dell’India

Quando si è animati dall’intenzione di apprendere meglio il pensiero indiano, è necessario affrontare fin da subito il tema dei quattro scopi dell’esistenza. Essi sono alla base di qualsiasi scuola di pensiero dell’India. Prima di addentrarci nella loro descrizione, è opportuno definire alcuni capisaldi della filosofia indiana, il ciclo delle rinascite e la legge del karma. Questi infatti sono strettamente connessi con gli scopi dell’esistenza.

Il ciclo delle rinascite o saṃsāra

Il principio della reincarnazione è una credenza del pensiero induista. Si può riassumere nel seguente modo: sopraggiunta la morte di un essere vivente, egli si reincarna in altra forma per vivere un’altra vita. Se l’individuo ha il “merito” di rinascere nella forma di essere umano, sarà l’occasione buona per tentare di uscire dal ciclo delle rinascite.

Un principio incontrastato è che l’esistenza stessa sia considerata fonte di sofferenza (satya duḥkha). Uscire dal ciclo delle rinascite è il modo per smettere di soffrire. Questa caratteristica del pensiero indiano apre la strada alla comprensione del motivo per cui tutta la letteratura, le diverse correnti di pensiero, i metodi che si incontrano durante gli studi indologici (compreso lo yoga), abbiano la finalità ultima di ottenere la liberazione dalla reincarnazione.  

La legge del karma

La legge del karma è ormai di dominio pubblico. Basta ascoltare i dialoghi tra persone nel contesto quotidiano: capita spesso infatti di cogliere frasi del tipo “questo è il mio karma” riferito a una particolare situazione difficile. Uso comune a parte, in base al pensiero indiano, la legge del karma incide sulla qualità della vita successiva a quella attuale. Se il karma è favorevole, aumentano le probabilità di uscire dal ciclo delle rinascite.

Come è possibile ottenere un buon karma per uscire così dal saṃsāra? La risposta è seguire i quattro scopi dell’esistenza.

Vediamoli insieme.

I quattro scopi dell’esistenza

1) Dharma

Il primo scopo dell’esistenza è il dharma. Il termine dharma deriva dalla radice sanscrita del verbo  √dhṛ, sostenere, tenere fermo. Il sostantivo dharma significa legge, condizione, ma può essere tradotto, per comodità di esposizione, con compito. Per compito si intende ciò che un individuo deve fare in base alla propria natura; in altre parole deve agire in modo coerente con l’esistenza in cui si è trovato a nascere. Nel tentativo di rendere più chiaro il concetto, inseriamo una caratteristica dell’organizzazione della società indiana, abolita nel 1950 dopo che l’India ottenne l’indipendenza dall’Inghilterra (1947): il sistema delle caste. Tralasciamo l’aspetto etico delle caste, argomento troppo complesso da poter affrontare in questa sede, e utilizziamo solo il seguente esempio, al fine di comprendere meglio il concetto di dharma : se un individuo nasce in una famiglia di guerrieri e viene cresciuto affinchè egli sia un guerriero, questo è il suo compito, il suo dharma (per la precisione il proprio svadharma). Per non rischiare di avere un karma negativo, dovrà comportarsi come un guerriero. Da questo esempio, l’associazione con Arjuna nella Bhagavad Gītā è immediata.

2) Artha

Il secondo scopo dell’esistenza prende il nome di artha, ovvero la capacità di auto-sostenersi. Il secondo scopo dell’esistenza si persegue dedicandosi alle attività che consentono all’individuo di mantenersi senza pesare sugli altri. In altre parole, è necessario essere economicamente indipendenti. Avere un lavoro, per quanto possa non essere aderente ai propri studi o alle proprie vocazioni, è il primo passo per conseguire artha.

3) Kāma

Kāma può essere tradotto con piacere. Questo è lo scopo ritenuto meno elevato, il cui conseguimento è adatto alle donne e alle persone appartenenti alle caste inferiori. L’essere umano deve cercare di condurre una vita piacevole, trarre piacere dalle cose senza nutrire attaccamento per esse in quanto le cose sono ritenute impermanenti; non si deve soffrire quando queste vengono meno, perchè è certo che sarà così.

4) Mokṣa

Quarto e ultimo scopo dell’esistenza. La parola mokṣa deriva dalla radice verbale sanscrita √muc– che significa liberare. Mokṣa è la liberazione, in ambito buddhista prende il nome di nirvāṇa. Uscire dal ciclo delle rinascite e quindi dalla sofferenza si ottiene conseguendo mokṣa. Non è possibile descrivere questo scopo in modi molto diversi da quello proposto.

In sintesi

“Per raggiungere la meta spirituale del mokṣa bisogna, innanzi tutto, soddisfare i bisogni materiali dell’individuo, fornendogli i mezzi necessari alla vita (artha) e consentendogli di trarne godimento (kāma). Per regolare il cammino verso la meta spirituale e il godimento della vita sono necessarie delle norme morali (dharma).” (cfr. Piretti L., “Lezioni di indologia”, pag. 105)

Bibliografia

Piretti L., Lezioni di indologia, Pàtron Editore, Bologna 1999.