L’insegnamento del Buddha – Il primo sermone

insegnamento-del-buddha-illustrazione

Il primo sermone del Buddha, conosciuto come “La messa in moto della ruota del dharma” (Dharmacakrapravartana) si svolse nei pressi di Benares. Nel parco delle gazzelle, i primi seguaci appresero l’insegnamento delle quattro nobili verità e dell’ottuplice sentiero.

I testi del buddhismo

Il Buddha non lasciò in eredità testi da lui redatti che racchiudessero la sua parola e i suoi insegnamenti. La raccolta della letteratura buddhista avvenne dopo la morte del Buddha. Questo portò alla formazione di scuole di pensiero distinte tra loro, ma nella comune convinzione di essere in possesso della vera interpretazione dell’insegnamento del Buddha.
Diversi furono i concili e i sinodi che si tennero in altrettante località buddhiste.

L’insegnamento del Buddha

Fulcro dell’insegnamento del Buddha è l’esposizione delle quattro nobili verità. Queste servono per comprendere ciò che è alla base della sofferenza e come superarla.
Le quattro nobili verità si possono riassumere in questo modo: vi è dolore, esso ha una causa, può essere soppresso, esiste un metodo per superare il dolore.

Prima verità

La prima verità porta l’attenzione alla condizione di ogni essere. Lo sguardo deve essere portato ai possibili disagi (ad esempio, insoddisfazione, pena ecc.) in quanto espressioni di dolore. Si parte quindi dall’assunto che l’esistenza è dolorosa.

Seconda verità

La causa del dolore è imputabile alla brama di godimento e all’attaccamento che esso produce. In pratica l’impulso desiderante è la causa del dolore. La stessa condizione di impermanenza delle cose, porta a non accettarne l’inevitabile fine.

Terza verità

Il dolore può essere soppresso eliminando la brama del desiderio, la liberazione dalla sete di ottenere l’oggetto del nostro desiderio o il distacco da ciò che è terminato o è destinato a terminare.

Quarta verità

Il Buddha ha elaborato un metodo per superare la condizione di dolore. La tecnica coincide con il nobile ottuplice sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione.

Riflessioni

A una prima impressione il buddhismo potrebbe apparire pessimista. In realtà è una corrente di pensiero che propone una soluzione alla sofferenza. Non si limita a descrivere le miserie dell’esistenza, indica il nobile ottuplice sentiero come la soluzione alla cessazione della sofferenza.
L’insegnamento del Buddha è un messaggio di speranza. Fornisce un metodo per coltivare una mente calma e in grado di vedere la realtà delle cose.

La tecnica

L’efficacia del metodo insegnato dal Buddha per la cessazione della sofferenza, si può trovare nell’opera Saṃyutta Nikāya, ritenuta parte autentica della predicazione del Buddha.
Le strofe comprese tra la 273 e la 275 (Gnoli R., “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, ed. Mondadori, Milano 2004) indicano l’ottuplice sentiero e le quattro nobili verità come la via migliore per intraprendere il cammino spirituale.

273. Dei sentieri, l’ottuplice è il migliore.
Delle verità, le quattro parole sono le migliori.
Il non attaccamento è la migliore delle dottrine (dhamma)
e dei bipedi, colui che è dotato dei cinque occhi.
274. Questo solo è il sentiero, non ve ne è altro
per purificare la conoscenza.
Percorretelo!
Ciò confonderà Māra.
275. Entrati in esso,
porrete fine al dolore.
Io ho proclamato il sentiero,
dopo aver compreso l’estrazione delle frecce.

La retta concentrazione

Tra gli otto passi proposti, di interesse per un praticante di yoga è la retta concentrazione. Può essere infatti intesa come la pratica della meditazione.
Lo studio e la riflessione sui contenuti degli insegnamenti riportati nei testi della tradizione, ha portato la meditazione a essere conosciuta e praticata nelle comunità.
Per meglio comprendere cosa intende il Buddha per sofferenza e quale sia l’inganno della mente, si rimanda all’articolo La sofferenza (duḥkha) secondo il pensiero dell’India.

Bibliografia

Franci G.R., Il buddhismo, ed. Il Mulino, Bologna 2004.
Gnoli R., “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, ed. Mondadori, Milano 2004.

La vita e i luoghi del Buddha

Il luoghi visitati da Siddhārta, noto come il Buddha, e la sua vita sono di elevato interesse per i praticanti di yoga moderni. Numerosi sono i pellegrinaggi in questi posti e di sicuro molto suggestivi.

La nascita del Buddha

Siddhārta nasce nella città di Lumbinī tra il V e il IV sec. a.C. (circa nel 566 a.C., Gnoli R., La rivelazione del Buddha, vol. I pag. XIII) da una famiglia nobile della dinastia Śākya. Vive a Kapilavasthu e trascorre la sua giovinezza tra piaceri e benessere. All’età di 16 anni si sposa e genera un figlio, di nome Rānula.

L’incontro con la sofferenza

In occasione di un’uscita da palazzo, Siddhārta prende coscienza della sofferenza che affligge l’esistenza attraverso quattro incontri fondamentali:
– un ammalato
– un vecchio incurvato dagli anni
– un cadavere
– un asceta mendicante

Realizza così la caducità della vita, rinnega la vita agiata condotta fino a quel momento e, all’età di 29 anni, decide di abbandonare il suo mondo di illusorio piacere per darsi alla ricerca spirituale.

La pratica dello yoga

Nella giungla di Uruvelā (Uruvilvā), si dedica allo yoga attraverso tecniche di mortificazione del corpo. Esegue queste pratiche per sei anni senza tuttavia riuscire a comprendere come poter recidere la sofferenza.
Decide così di abbandonare questo yoga e si reca nella città di Gayā, dove si siede a riflettere sotto l’albero ficus religiosa.

L’illuminazione

Sotto l’albero del fico, noto successivamente come l’albero della bodhi, Siddhārtha ottiene l’illuminazione, o in altri termini, realizza l’origine della sofferenza e il modo per eliminarla. Questa conclusione dà origine all’elaborazione del suo insegnamento che consiste nelle quattro nobili verità e nel sentiero di mezzo.

L’insegnamento

Ottenuta l’illuminazione Siddhārta, divenuto il Buddha, si dirige verso Benares e, nel noto parco delle gazzelle nei pressi della città di Sārnāth, tiene il primo sermone conosciuto come “La messa in moto della ruota del dharma. Il Buddha espone le quattro nobili verità e il sentiero di mezzo ad alcuni compagni conosciuti durante le pratiche yogiche e poi ritrovati in quel luogo.

La predicazione

Il periodo della predicazione si svolge soprattutto nel Magadha e nel Kosala. Si presume che il suo insegnamento sia stato da lui direttamente trasmesso dal 531 al 486 a.C. circa (Gnoli R., La rivelazione del Buddha, vol. I pag. XVI).

La morte del Buddha

Il Buddha, consapevole della sua vicina dipartita, si dirige verso Kusinārā dove raggiunge il parinirvāṇa, ovvero quello che secondo il buddhismo è la completa estinzione (uscita dal ciclo delle rinascite, saṃsāra).

Il Buddhismo

Se per religione si intende la devozione verso una divinità, il buddhismo non può essere definito una religione. Lo si può catalogare come una corrente di pensiero.
Il Buddha ha cercato e trovato un metodo di esplorazione della sofferenza, utile al suo superamento attraverso la comprensione delle sue leggi. Non è importante soffermarsi su quale tecnica sia stata utilizzata. L’essenziale è applicare lo strumento di indagine e capire quando esso ha esaurito la sua utilità.

Lo yoga è uno strumento di indagine?

La risposta è sì, lo yoga è uno strumento investigativo di sè. Si applica per comprendere la propria autentica natura, anche attraverso l’uso del corpo. I diversi approcci allo yoga si spiegano grazie alla molteplicità delle nature, per questo non si può fare riferimento a uno “yoga classico” ma limitarsi a fare discorsi sullo yoga.
Il Buddha non ha trovato beneficio dalle pratiche yoga di automortificazione, ma ha trovato una strada che ha poi influenzato le successive correnti di yoga.

Bibliografia

Franci G.R., Il buddhismo, ed. Il Mulino, Bologna 2004.
Gnoli R., La rivelazione del Buddha, Vol. I e II, ed. Mondadori, Milano 2001.

Le Upaniṣad

Le Upaniṣad sono opere della letteratura dell’India che appartengono al corpus della śruti. La loro composizione risale a circa il VII secolo a.C. giungendo praticamente fino ai giorni nostri (G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, pag. 53). Le Upaniṣad sono scritte sia in prosa che in versi e, per approfondire il pensiero indiano, è caldamente consigliata la loro, seppur parziale, lettura.

Significato di Upaniṣad

“La parola upaniṣad deriva dalla radice sad- “sedere”, composta con i preverbi upa e ni, e indica la posizione assunta dall’allievo che si siede ai piedi del maestro per ascoltarne gli insegnamenti” (G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, pag. 52). Nel periodo antico, la trasmissione degli insegnamenti del pensiero dell’India avveniva sedendosi vicino (e possibilmente più in basso) al maestro.

I contenuti delle Upaniṣad

Le Upaniṣad contengono le prime speculazioni filosofiche dell’India. Il rito, tema pregnante dei Veda e in particolare del Ṛg Veda, assume aspetti sempre più simbolici. Gli argomenti trattati prendono spunto dalle domande che si pone l’uomo in merito alla propria origine e al proprio destino. I concetti di karma e di ciclo delle rinascite (saṃsāra) trovano le loro radici nelle Upaniṣad. Oltre a questo, una delle teorie probabilmente più affascinanti testimoniata dalle Upaniṣad è il concetto di brahman e ātman.

La forma di espressione delle speculazioni filosofiche affrontate nelle Upaniṣad avviene sia attraverso i dialoghi tra maestro e discepolo, sia tra le dispute dei maestri abili a inficiare le tesi altrui a beneficio delle proprie.

Brahman e ātman

Si tenterà ora di affrontare l’aspetto più pregnante di queste opere, i concetti di Brahman e ātman; l’argomento è molto vasto e complesso, ciò che troverà dimora in questo articolo è quindi solo un primo approccio al tema.

Il significato dei termini brahman e ātman nelle Upaniṣad è costituito da diverse proposte di definizione. Una regola generale da tenere a mente quando si definisce un termine, è che il suo significato è direttamente collegato con l’utilizzo del termine stesso.

Brahman

Il dizionario di sanscrito, alla voce brahman, propone due significati in base al genere. Il primo è un sostantivo neutro la cui definizione è riconducibile al concetto di spirito impersonale e autosufficiente o anima universale. Viene inteso anche come l’Assoluto o l’Eterno (A sanskrit english dictionary, Monier-Williams, pag. 737 col. 3 e pag. 738 col. 1). Il secondo è un sostantivo maschile che significa colui che prega, oppure un uomo religioso che conosce i testi vedici (A sanskrit english dictionary, Monier-Williams, pag. 738 col. 1).

Nelle Upaniṣad, il significato di brahman è relativo al genere neutro, spirito impersonale e autosufficiente o Sè universale.

Ātman

Il lemma ātman è, nella grammatica sanscrita, il pronome riflessivo “sé stesso”. Viene spesso definito come sé individuale, anche se il termine più corretto sarebbe jīvātman.

L’ātman viene anche definito come “respiro” (“cfr. germ. Atem, con cui è etimologicamente congiunto”, v. “Le Upaniṣad Vediche” a cura di Carlo della Casa, ed. Tea, Torino 2004, pag. XIII).

Tema principale delle Upaniṣad

La relazione tra Brahman e ātman è l’argomento su cui si sviluppano le principali speculazioni contenute nelle Upaniṣad. In particolare i temi maggiormente investigati sono la comprensione del rapporto tra macro-cosmo e micro-cosmo, quali siano i principi alla base dell’esistenza, come investigare il proprio sé e spogliarlo di tutto il superfluo per raggiungerne l’essenza.

In altre parole, la relazione tra Brahman e ātman è in funzione di un “dentro e un fuori”. Il Brahman dall’interno si volge verso l’esterno, l’ātman dall’esterno si volge verso l’interno.

Per chiarire le idee, più che dilungarsi in spiegazioni, può rivelarsi utile addentrarsi nella lettura delle Upaniṣad. Quello che segue è una proposta di alcuni estratti delle Upaniṣad più antiche e note (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad e Chāndogya Upaniṣad); si invita il lettore ad approfondire ulteriormente in autonomia.

Letture

Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad viene considerata, per ragioni linguistiche, una delle Upaniṣad più antiche.

Quarto Adhyāya, quarto brāhmaṇa (da Upaniṣad Vediche, a cura di Carlo della Casa, pagg. 79,80)

22. Questo grande incerto Ātman è tra le facoltà umane quella costituita di conoscenza. In quello spazio interno al cuore, in esso risiede [questo Ātman], signore di tutto, sovrano di tutto, dominatore di tutto. […] L’Ātman poi non può essere definito che in senso negativo: è inafferrabile perché non lo si afferra, non è soggetto a decadenza perché non decade, non è soggetto ad attaccamento perché non s’attacca; privo di legami, non teme, né può essere colpito. [Il conoscitore dell’Ātman] non è oppresso da questi due [pensieri]: “Ho fatto il male, ho fatto il bene per questo o per quest’altro motivo”, ma entrambi egli supera: non più l’angustia [il pensiero di] ciò che ha fatto o [di ciò] che non ha fatto”.

Riflessioni

Il passo precedente illustra la capacità dell’ātman di sviluppare una virtù molto importante per il pensiero dell’India: l’equanimità o il non attaccamento alle cose desiderate e indesiderate (rāgadveṣa).

Chāndogya Upaniṣad

La Chāndogya Upaniṣad, come la Bṛhadāraṇyaka U., è considerata una delle più antiche. Si propone la lettura del sesto prapāṭhaka, dove il maestro Uddālaka impartisce l’insegnamento al figlio Śvetaketu.

Sesto prapāṭhaka, tredicesimo khaṇḍa (da Upaniṣad Vediche, a cura di Carlo della Casa, pagg. 194, 195)

1. “Getta questo sale nell’acqua, poi domattina accostati a me”. E quello così fece. Poi [il padre] gli disse: “Prendi dunque il sale che iersera hai gettato nell’acqua”. Egli lo cercò, ma non lo trovò: era come completamente sparito. 2. “Orsù, sorbisci un po’ di quest’acqua [ , prendendola] dall’orlo. Come è?”. “È salata”. “Sorbiscine un po’ prendendola dal mezzo. Come è?”. “È salata”. “Sorbiscine un po’ [prendendola] dal'[altro] orlo. Come è?”. “È salata”. “Mangiaci sopra qualche cosa [di salato come controprova]. Poi siediti vicino a me”. Quello così fece e disse: “È sempre [lo stesso]”. [Il padre] allora disse: “O caro, tu non vedi quello che c’è qui, eppure c’è sicuramente. 3. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Ātman. Essa sei tu, o Śvetaketu”. […]

Riflessioni

In questo passo della Chāndogya Upaniṣad l’insegnamento è apprendere un modo diverso di sperimentare l’invisibile, attivare cioè una modalità di percezione differente da quella utilizzata come abitudine. Śvetaketu può confermare la presenza del sale nell’acqua non più attraverso la vista (prima modalità di indagine), bensì attraverso il gusto. Si è quindi in presenza della rottura di uno schema mentale.

Inoltre viene messa in evidenza la relazione indissolubile tra il Brahman e l’ātman (il sale sciolto nell’acqua), presenti contestualmente e uniti tra di loro in modo invisibile se indagati superficialmente. Vi è in questo passo la testimonianza del pensiero non duale che vedrà poi la sua fioritura in altre correnti di pensiero successive come l’Advaita Vedānta di Śaṅkara e le correnti tantriche non duali.

Perché leggere le Upaniṣad?

Gli insegnamenti delle Upaniṣad gettano le fondamenta per investigare quello che è il sé universale (Brahman) e il sé individuale (ātman); l’uno è nell’altro e viceversa. Le Upaniṣad hanno influenzato le correnti filosofiche successive e reso fertili i terreni su cui si sono sviluppate le teorie che si ritrovano anche nello yoga di Patañjali e nello haṭhayoga. Ignorarne i contenuti, rende difficoltosa la comprensione del complesso pensiero dell’India.

Bibliografia

Boccali G., Piano S., Sani S., “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000.

Della Casa C., a cura di, “Le Upaniṣad Vediche”, ed. Tea, Torino 2004.

Monier-Williams, A sanskrit english dictionary.

Meditazione: cos’è? come si fa?

La meditazione è un argomento su cui molto è stato scritto. Questo breve articolo non ha però interesse a proporre diverse definizioni di meditazione né di spiegare come meditare. Questo articolo è un invito alla pratica della meditazione.

Cos’è la meditazione?

La meditazione non si spiega, si fa. Nel tentativo di definirla sarà evidente, fin da subito, il limite esplicativo delle parole. Ogni seduta di meditazione è diversa dall’altra. È possibile rimanere seduti anche per lungo tempo, ma quello che accade in quel lasso temporale non è definibile a priori.

Come si medita?

Meditazione

L’immagine più comune è quella di una persona seduta in terra a occhi chiusi, gambe incrociate, mani appoggiate sulle ginocchia. È possibile meditare anche in un’altra posizione? La risposta è sì. La meditazione può essere fatta su una sedia, in piedi, sdraiati, persino camminando. C’è una regola fissa? La risposta è no (si precisa che alcune tradizioni hanno un protocollo di pratica, ma in base all’esperienza di chi scrive, la scelta ricade sul non avere una regola fissa). Se si dovesse avere un problema alle ginocchia che impedisce la seduta in terra, è comunque possibile meditare in un’altra posizione. Non è importante la forma ma la sostanza.

L’unica soluzione quindi è sedersi, come si riesce meglio, concentrarsi sul respiro (può essere anche un altro supporto come un’immagine, un suono, un odore o la recitazione di un mantra) e osservare quello che accade. Tutto qui; può sembrare una modalità sbrigativa per esprimersi, in realtà è la forma contratta di “tutto è nel qui, tutto è nel presente”.

Per riassumere: la meditazione non si spiega, si fa. La meditazione non ha un tecnica precisa.

Una “buona” abitudine

Quando si pratica meditazione, si raggiunge lo stato originario – quello che si è dimenticato ma che è sempre presente – di non separazione tra mente e corpo. Dedicare del tempo alla meditazione permette di fare esperienza di questa condizione dimenticata. L’esperienza ripetuta nel tempo va a formare un’abitudine che si può classificare come “buona abitudine”.

Da ricordare

Rimanere consapevoli del momento presente durante la meditazione può risultare molto complesso, soprattutto le prime volte. L’importante è perseverare e non lasciarsi scoraggiare se i pensieri si dovessero affollare nella mente. La conferma di questo giungerà dall’esperienza.

Conclusioni

Per concludere, si propone un breve estratto (pagina 17) dal libro “L’intelligenza spirituale” di Corrado Pensa:

“La meditazione di consapevolezza ci chiede di aderire alle condizioni in cui ci troviamo adesso qui e di lasciar cadere i vari pensieri circa le condizioni nelle quali ci piacerebbe essere o nelle quali riteniamo che dovremmo essere. Abitare consapevolmente le condizioni presenti significa essere unificati e vivi. Volgere l’attenzione al respiro è una ‘attività’ che sorregge anzitutto questa presenza nel presente, questo essere con quello che è così com’è, e dunque questo sapore di verità, questo salutare risvegliarsi al qui e ora.”

(Corrado Pensa, L’intelligenza spirituale, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma 2002).

La sofferenza (duḥkha) secondo il pensiero dell’India

La sofferenza, duḥkha
La sofferenza, duḥkha.

Il tema della sofferenza (duḥkha) permea il pensiero dell’India antica, per il quale la vita è anche teatro di malattia, vecchiaia e morte. Riuscire a interrompere il ciclo delle rinascite (saṃsāra), è per l’India lo scopo dell’esistenza da raggiungere, mokṣa (liberazione), che permette di interrompere l’impermanenza (anitya) di tutte le cose.

In realtà i discorsi sui tormenti che assillano la vita sono più che mai attuali; è un dato di fatto che non sia possibile evitare eventi che portano sofferenza. Tuttavia questo non deve essere motivo di scoraggiamento: ciò che si può intraprendere è un cammino che aiuti a migliorare il rapporto che si ha con la sofferenza. Alcune correnti di pensiero dell’India come il buddhismo e lo yoga offrono, probabilmente, una valida ed efficace proposta.

Definizione di duḥkha

Duḥkha “[…] indica il “malessere” esistenziale dell’uomo di cui parlano le Upaniṣad e, in generale, le scuole di yoga, che propongono un percorso interiore di consapevolezza come strumento capace di condurre l’uomo alla pace e alla felicità” (da S. Piano, Lessico elementare dell’Induismo, Promolibri Magnanelli, Torino 2001, pag. 65).

La definizione di sofferenza per la filosofia indiana induce già una speranza di riuscire a ottenere uno strumento in grado di portare verso uno stato di pace. È importante evidenziare la presenza del termine consapevolezza, parola ripetutamente proposta nei corsi di yoga moderni.

Perché si soffre?

Le sfaccettature della sofferenza sono troppe complesse per poterle sviscerare. Ogni individuo può avere un motivo per provare sofferenza, intesa come nella definizione di duḥkha sopra citata. Si sa, la vita alterna momenti di gioia a momenti tristi. I primi sono caratterizzati da un continuo desiderio della loro permanenza; tale desiderio si trasforma in attaccamento che produce a sua volta sofferenza non appena la gioia, per qualsiasi causa, svanisce.

Come uscire dalla sofferenza?

Da quanto è emerso fino a ora, non è possibile uscire completamente dalla sofferenza, ovvero pensare di mantenere uno stato di gioia perenne. Come anticipato però, l’India viene in aiuto con alcune delle correnti di pensiero più conosciute come il buddhismo e lo yoga, che hanno sviluppato le loro teorie attorno al concetto di sofferenza e alla sua risoluzione, raccontate attraverso gli insegnamenti o i testi.

La sofferenza, duḥkha, per il buddhismo

Già dal primo millennio a.C., in India era vivida la ricerca spirituale nella speranza di uscire dal saṃsāra, o quantomeno di tentare di ottenere una successiva rinascita migliore. Il buddhismo è nato in questo contesto storico-religioso.

La letteratura buddhista

Il Buddha non ha lasciato in eredità testi da lui redatti che racchiudessero la sua parola e i suoi insegnamenti. La raccolta della letteratura buddhista è avvenuta in un tempo successivo alla morte del Buddha. Proprio in questi testi si trovano numerosi insegnamenti che riguardano la sofferenza. Di seguito una proposta.

Saṃyutta Nikāya

Discorso della freccia del Buddha
Discorso della freccia del Buddha

Opera composta da 2889 sutta di diversi argomenti, ritenuti parte autentica della predicazione del Buddha. Il “discorso della freccia” è utile per comprendere la sofferenza che deriva da una mente non ben coltivata attraverso la pratica della meditazione.

Il discorso della freccia

[…] È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da un’altra freccia, cosicché egli, o monaci, percepirebbe i dolori di due frecce. Allo stesso modo, o monaci, l’uomo ordinario, che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, quando viene toccato da una sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una corporea e una mentale. Percependo quella sensazione dolorosa, quell’uomo prova avversione verso di essa. Provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza latente all’avversione nei confronti della sensazione dolorosa si accresce.

[…] O monaci, quanto il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali viene toccato da una sensazione dolorosa egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione: la sensazione corporea e non quella mentale (da “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, a cura di R. Gnoli, ed. Mondandori 2004, pagg. 431-433).

Riflessioni intorno al buddhismo

Osservare durante la pratica della meditazione il flusso dei pensieri che si presentano, è il punto di partenza per allenare la capacità di discriminare ciò che proviene dalla seconda freccia, ovvero la parte di sofferenza che è possibile evitarsi. Questo è il significato di una mente ben coltivata.

La sofferenza, duḥkha, per lo yoga

Anche lo yoga può essere un metodo per evitare ciò che il Buddha intende per seconda freccia. Tramite la pratica dello yoga si sviluppa una tale concentrazione e qualità di ascolto che si rivela adatto al processo di discriminazione della sofferenza dai contributi che l’individuo aggiunge da sè.

Lo Yogasūtra di Patañjali

In merito alla sofferenza, lo Yoga Sūtra di Patañjali dedica diversi aforismi. Solo a titolo esemplificativo, il sūtra 16 del Sādhana pāda (2.16) recita che “[colui che discrimina, dunque, sa che] è il disagio non ancora giunto che va eliminato” (“Yogasūtra”, a cura di F. Squarcini, G. Einaudi ed., Torino 2015, pag. 17).

In effetti “l’attrazione è [l’afflizione] conseguente [all’esperire] agio (sukha) mentre l’avversione è [l’afflizione] conseguente [all’esperire] disagio (duḥkha)” (2.7, 2.8 “Yogasūtra”, a cura di F. Squarcini, G. Einaudi ed., Torino 2015, pag. 16).

Riflessioni intorno allo yoga

Allenare il corpo alla flessibilità, non ha lo scopo di riuscire in posizioni complesse, bensì di aiutare a mantenere la mente elastica, pronta a tacere quando non importa. La pratica corporea degli āsana educa la mente a introiettare a livello profondo quell’elasticità necessaria ai momenti di sofferenza, duḥkha, dove la confusione mentale potrebbe avere il sopravvento, rendendo così vano ogni tentativo di eliminare la quota di dolore prodotta dalla seconda freccia dell’insegnamento del Buddha.

La sofferenza, duḥkha, non può essere evitata, ma è possibile evitare di creare quella superflua. A tal fine è importante essere costanti nella pratica dello yoga, poichè è l’allenamento continuo all’ascolto e allo sviluppo della discriminazione tra ciò che è reale duḥkha da ciò che non lo è che consente di usufruire con efficacia dello strumento, proprio nei momenti in cui è più opportuno.

Bibliografia

R. Gnoli, a cura di, “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, ed. Mondandori, Milano 2004

S. Piano, Lessico elementare dell’Induismo, Promolibri Magnanelli, Torino 2001,

A. Rigopoulos, Hindūismo, editrice Queriniana, Brescia 2005