Glossario

Definizione delle parole sanscrite più frequenti. Per facilitare la consultazione, l’ordine alfabetico è italiano e non sanscrito.
L’elenco è in continuo aggiornamento.

A

Artha: l’acquisizione dei beni materiali. È uno dei quattro scopi dell’esistenza secondo il pensiero indiano.

C

Citta: termine utilizzato negli Yoga Sūtra di Patañjali come riferimento alla mente.

D

Dharma: può essere tradotto con legge, ordine, dovere. Quando si tratta del proprio dovere il termine corretto è svadharma. La legge universale è sanāthana dharma. È uno dei quattro scopi dell’esistenza per il pensiero dell’India.

Duḥkha: sofferenza. Tema molto complesso e pregnante del pensiero dell’India, le scuole filosofiche cercano di trovare una soluzione all’interruzione della sofferenza.

K

Karma: ciò che rientra nei meriti e demeriti dell’esistenza di un individuo. Sono le azioni attuate dalla persona. Ogni essere vivente è soggetto alla legge della karma.

S

Saṃsāra: ciclo delle rinascite da cui l’individuo deve cercare di uscire. L’esistenza è pregna di sofferenza, interrompere il ciclo delle rinascite significa eliminare la sofferenza.

Le Upaniṣad

Le Upaniṣad sono opere della letteratura dell’India che appartengono al corpus della śruti. La loro composizione risale a circa il VII secolo a.C. giungendo praticamente fino ai giorni nostri (G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, pag. 53). Le Upaniṣad sono scritte sia in prosa che in versi e, per approfondire il pensiero indiano, è caldamente consigliata la loro, seppur parziale, lettura.

Significato di Upaniṣad

“La parola upaniṣad deriva dalla radice sad- “sedere”, composta con i preverbi upa e ni, e indica la posizione assunta dall’allievo che si siede ai piedi del maestro per ascoltarne gli insegnamenti” (G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, pag. 52). Nel periodo antico, la trasmissione degli insegnamenti del pensiero dell’India avveniva sedendosi vicino (e possibilmente più in basso) al maestro.

I contenuti delle Upaniṣad

Le Upaniṣad contengono le prime speculazioni filosofiche dell’India. Il rito, tema pregnante dei Veda e in particolare del Ṛg Veda, assume aspetti sempre più simbolici. Gli argomenti trattati prendono spunto dalle domande che si pone l’uomo in merito alla propria origine e al proprio destino. I concetti di karma e di ciclo delle rinascite (saṃsāra) trovano le loro radici nelle Upaniṣad. Oltre a questo, una delle teorie probabilmente più affascinanti testimoniata dalle Upaniṣad è il concetto di brahman e ātman.

La forma di espressione delle speculazioni filosofiche affrontate nelle Upaniṣad avviene sia attraverso i dialoghi tra maestro e discepolo, sia tra le dispute dei maestri abili a inficiare le tesi altrui a beneficio delle proprie.

Brahman e ātman

Si tenterà ora di affrontare l’aspetto più pregnante di queste opere, i concetti di Brahman e ātman; l’argomento è molto vasto e complesso, ciò che troverà dimora in questo articolo è quindi solo un primo approccio al tema.

Il significato dei termini brahman e ātman nelle Upaniṣad è costituito da diverse proposte di definizione. Una regola generale da tenere a mente quando si definisce un termine, è che il suo significato è direttamente collegato con l’utilizzo del termine stesso.

Brahman

Il dizionario di sanscrito, alla voce brahman, propone due significati in base al genere. Il primo è un sostantivo neutro la cui definizione è riconducibile al concetto di spirito impersonale e autosufficiente o anima universale. Viene inteso anche come l’Assoluto o l’Eterno (A sanskrit english dictionary, Monier-Williams, pag. 737 col. 3 e pag. 738 col. 1). Il secondo è un sostantivo maschile che significa colui che prega, oppure un uomo religioso che conosce i testi vedici (A sanskrit english dictionary, Monier-Williams, pag. 738 col. 1).

Nelle Upaniṣad, il significato di brahman è relativo al genere neutro, spirito impersonale e autosufficiente o Sè universale.

Ātman

Il lemma ātman è, nella grammatica sanscrita, il pronome riflessivo “sé stesso”. Viene spesso definito come sé individuale, anche se il termine più corretto sarebbe jīvātman.

L’ātman viene anche definito come “respiro” (“cfr. germ. Atem, con cui è etimologicamente congiunto”, v. “Le Upaniṣad Vediche” a cura di Carlo della Casa, ed. Tea, Torino 2004, pag. XIII).

Tema principale delle Upaniṣad

La relazione tra Brahman e ātman è l’argomento su cui si sviluppano le principali speculazioni contenute nelle Upaniṣad. In particolare i temi maggiormente investigati sono la comprensione del rapporto tra macro-cosmo e micro-cosmo, quali siano i principi alla base dell’esistenza, come investigare il proprio sé e spogliarlo di tutto il superfluo per raggiungerne l’essenza.

In altre parole, la relazione tra Brahman e ātman è in funzione di un “dentro e un fuori”. Il Brahman dall’interno si volge verso l’esterno, l’ātman dall’esterno si volge verso l’interno.

Per chiarire le idee, più che dilungarsi in spiegazioni, può rivelarsi utile addentrarsi nella lettura delle Upaniṣad. Quello che segue è una proposta di alcuni estratti delle Upaniṣad più antiche e note (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad e Chāndogya Upaniṣad); si invita il lettore ad approfondire ulteriormente in autonomia.

Letture

Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad

La Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad viene considerata, per ragioni linguistiche, una delle Upaniṣad più antiche.

Quarto Adhyāya, quarto brāhmaṇa (da Upaniṣad Vediche, a cura di Carlo della Casa, pagg. 79,80)

22. Questo grande incerto Ātman è tra le facoltà umane quella costituita di conoscenza. In quello spazio interno al cuore, in esso risiede [questo Ātman], signore di tutto, sovrano di tutto, dominatore di tutto. […] L’Ātman poi non può essere definito che in senso negativo: è inafferrabile perché non lo si afferra, non è soggetto a decadenza perché non decade, non è soggetto ad attaccamento perché non s’attacca; privo di legami, non teme, né può essere colpito. [Il conoscitore dell’Ātman] non è oppresso da questi due [pensieri]: “Ho fatto il male, ho fatto il bene per questo o per quest’altro motivo”, ma entrambi egli supera: non più l’angustia [il pensiero di] ciò che ha fatto o [di ciò] che non ha fatto”.

Riflessioni

Il passo precedente illustra la capacità dell’ātman di sviluppare una virtù molto importante per il pensiero dell’India: l’equanimità o il non attaccamento alle cose desiderate e indesiderate (rāgadveṣa).

Chāndogya Upaniṣad

La Chāndogya Upaniṣad, come la Bṛhadāraṇyaka U., è considerata una delle più antiche. Si propone la lettura del sesto prapāṭhaka, dove il maestro Uddālaka impartisce l’insegnamento al figlio Śvetaketu.

Sesto prapāṭhaka, tredicesimo khaṇḍa (da Upaniṣad Vediche, a cura di Carlo della Casa, pagg. 194, 195)

1. “Getta questo sale nell’acqua, poi domattina accostati a me”. E quello così fece. Poi [il padre] gli disse: “Prendi dunque il sale che iersera hai gettato nell’acqua”. Egli lo cercò, ma non lo trovò: era come completamente sparito. 2. “Orsù, sorbisci un po’ di quest’acqua [ , prendendola] dall’orlo. Come è?”. “È salata”. “Sorbiscine un po’ prendendola dal mezzo. Come è?”. “È salata”. “Sorbiscine un po’ [prendendola] dal'[altro] orlo. Come è?”. “È salata”. “Mangiaci sopra qualche cosa [di salato come controprova]. Poi siediti vicino a me”. Quello così fece e disse: “È sempre [lo stesso]”. [Il padre] allora disse: “O caro, tu non vedi quello che c’è qui, eppure c’è sicuramente. 3. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Ātman. Essa sei tu, o Śvetaketu”. […]

Riflessioni

In questo passo della Chāndogya Upaniṣad l’insegnamento è apprendere un modo diverso di sperimentare l’invisibile, attivare cioè una modalità di percezione differente da quella utilizzata come abitudine. Śvetaketu può confermare la presenza del sale nell’acqua non più attraverso la vista (prima modalità di indagine), bensì attraverso il gusto. Si è quindi in presenza della rottura di uno schema mentale.

Inoltre viene messa in evidenza la relazione indissolubile tra il Brahman e l’ātman (il sale sciolto nell’acqua), presenti contestualmente e uniti tra di loro in modo invisibile se indagati superficialmente. Vi è in questo passo la testimonianza del pensiero non duale che vedrà poi la sua fioritura in altre correnti di pensiero successive come l’Advaita Vedānta di Śaṅkara e le correnti tantriche non duali.

Perché leggere le Upaniṣad?

Gli insegnamenti delle Upaniṣad gettano le fondamenta per investigare quello che è il sé universale (Brahman) e il sé individuale (ātman); l’uno è nell’altro e viceversa. Le Upaniṣad hanno influenzato le correnti filosofiche successive e reso fertili i terreni su cui si sono sviluppate le teorie che si ritrovano anche nello yoga di Patañjali e nello haṭhayoga. Ignorarne i contenuti, rende difficoltosa la comprensione del complesso pensiero dell’India.

Bibliografia

Boccali G., Piano S., Sani S., “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000.

Della Casa C., a cura di, “Le Upaniṣad Vediche”, ed. Tea, Torino 2004.

Monier-Williams, A sanskrit english dictionary.

Il Ṛg-Veda

Testi antichi

Se si desidera approfondire la cultura dell’India, è necessario conoscere l’importanza che la religione ha avuto (e ha tutt’ora) su questo territorio, in quanto ogni ambito culturale, dalla letteratura alla filosofia, è intriso dalla religione. Se si ignora o se si trascura questo aspetto, si rischia di non cogliere le sfumature e le metafore di cui le opere letterarie sono colme e sulle quali si fonda gran parte del pensiero indiano che risulta essere di interesse per il praticante di yoga.

In questo articolo si tratterà del Ṛg-Veda che, con i suoi inni, è una delle opere religiose più importanti nonché antiche dell’India. Appartiene al corpus della śruti.

Innanzitutto una domanda: perchè tra le quattro raccolte, Saṃhitā, l’interesse si concentra solitamente sul Ṛg-Veda? I motivi sono diversi; si cercherà di illustrarli con la consapevolezza che non si potrà essere esaustivi a causa della vastità e complessità dell’argomento.

Il contesto storico

Il Ṛg-Veda è la raccolta di inni più antica dei quattro Veda (viene fatto risalire intorno al 1200 a.C.). La collocazione temporale dell’opera è verificata perchè “esso (il Ṛg-Veda, nda) non presuppone la loro esistenza (degli altri tre Veda, nda), mentre al contrario, viene citato nelle altre tre [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 58].

Struttura del Ṛg-Veda

L’opera è composta da dieci libri per un totale di 10.462 strofe [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 55]. Gli inni sono per lo più dedicati a divinità rappresentate con diverse forme: da quelle umane, tra queste si segnala quella di Indra, il dio guerriero, a  quelle di fenomeni naturali come l’aurora, il fuoco, il soma (la sostanza inebriante) e altre manifestazioni come la parola. Sono presenti inoltre divinità secondarie che assumeranno solo in un tempo successivo una grande importanza nell’induismo. L’esempio più calzante è quello di Rudra, il dio della tempesta, che diventerà Śiva.

Śiva

Tema principale

Ciò che viene trattato nel Ṛg-Veda è sostanzialmente il rituale. Questo rappresenta la pratica esercitata dai sacerdoti, brāhmaṇi, che detengono la conoscenza del testo e hanno l’abilità e l’autorità per poterlo interpretare. I riti sono volti a soddisfare le esigenze materiali dei richiedenti attraverso la benedizione delle divinità invitate nel rito.

Agni, il fuoco

L’elemento fondamentale per il buon esito del rituale è il fuoco, agni, che, come anticipato, rappresenta non solo l’elemento, ma è simbolo del sole oltre che essere il dio.

Vi sono inoltre inni cosmogonici che raccontano come si sia formato l’universo, quali fossero state le forze propulsive alla sua creazione e chiari segni di istituzione della società e in particolare della suddivisione della popolazione in caste.

Gli inni più importanti

La scelta degli inni proposti è dettata dalla loro notorietà e importanza secondo la maggior parte degli studiosi. In particolare alcuni inni permettono di comprendere come si sia formata la suddivisione in caste della società indiana e come nell’antico subcontinente indiano, i fenomeni naturali fossero così adorati.

Si rileva inoltre che il X libro viene considerato un’appendice [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000, pag. 12] e quindi composto o in epoca successiva agli altri libri oppure in ambiente più inclini  agli aspetti filosofici [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000, pag. 12].

Seguiranno parti di inni al fine di illustrare meglio la struttura e il contenuto di quest’opera.

Puruṣa (X,90)

[…]
11. Quando smembrarono Puruṣa, in quanti parti lo divisero? Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora le sue cosce? E i suoi piedi?

12. La sua bocca diventò il brahmano, le sue braccia si trasformarono nel guerriero, le sue cosce nel vaiśya; dai piedi nacque lo śūdra. [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 67]

È un inno cosmogonico, narra di come siano state istituite le caste nella società indiana. Il mito racconta dello smembramento del Puruṣa, l’essere primordiale che fu sacrificato dagli dei per dare origine al mondo [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 314] : dalla bocca nascono i brahmani, dalle braccia i guerrieri, dalle cosce gli artigiani e i commercianti mentre dai piedi nascono gli schiavi.

Il Caos primordiale (X, 129)

[…]
4. In principio fu il desiderio che si mosse sopra Ciò, il desiderio che fu il primo atto fecondante della mente. Il legame di Ciò-che-è con Ciò-che-non-è lo trovarono nel loro cuore i poeti, cercandolo con la meditazione. [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 65]

In questo inno è chiaro il tentativo di comprendere quale forza abbia dato origine all’universo. È il desiderio a essere la forza propulsiva a fecondare la mente, la quale viene considerata un principio primordiale [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 247 nota 9] ed è la meditazione che permette la comprensione di ciò.

Lode di Agni (I, 143)

[…]
8. O Agni che mai vieni meno, proteggici con i tuoi forti e potenti protettori che mai vengono meno; con i tuoi guardiani che non si possono ingannare, infallibili, che non chiudono mai gli occhi, proteggi tutt’intorno i nostri figli, o dio che sei l’oggetto del nostro desiderio! [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 97]

Come anticipato, il dio Agni, il fuoco, è una delle divinità più importanti del pantheon vedico. Rappresenta il fuoco sacrificale del rito vedico e per questo è l’essenza del rituale stesso.

A Indra (II, 21)

[…]
2. A colui che è superiore a tutti, al distruttore, al vincitore, a colui che domina senza essere dominato, a colui che mette in ordine, al potente divoratore, all’auriga impossibile da superare, a colui che sempre domina, a Indra, rivolgete i vostri doni fatti di parole! [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 85]

Indra è uno degli de più importanti del pantheon vedico. È il dio guerriero che combatte le tenebre, è il protettore degli uomini.

La protezione di Soma (VII,48)

[…]
4. Ora che ti abbiamo bevuto, diventa salute per il nostro cuore, o Indu; sii benigno con noi, o Soma, come un padre per il figlio, come un amico per l’amico, o provvisto di ampia gloria, tu che sei saggio. Facci attraversare, o Soma, tutto il periodo della nostra vita, perché possiamo vivere. [cfr. S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000, pag. 102]

Soma, la bevanda inebriante, è una divinità a cui vengono dedicati molti inni nel Ṛg-Veda. Il succo ottenuto dalla sua spremitura dona a Indra la forza necessaria a combattere i demoni; la battaglia tra luce e tenebra, dei e demoni, è un tema molto frequente nella letteratura dell’India.

La lettura del Ṛg-Veda

Le parti degli inni proposte sono solo brevissimi esempi della pluralità di aspetti relativi al sacrifico vedico. Il tema del sacrifico è centrale per il pensiero dell’India. Nella letteratura successiva, come le Upaniṣad, il sacrifico assume un aspetto metaforico e simbolico, ma le sue fondamenta derivano da quanto contenuto nei Veda. La lettura del Ṛg-Veda, per quanto parziale, è pilastro imprescindibile per comprendere le correnti di pensiero che ruotano attorno alla pratica dello yoga.

Una accurata selezione degli inni più interessanti si può trovare nel testo curato da S. Sani indicato in bibliografia.

Bibliografia

G. Boccali, S. Piano, S. Sani, “Le letterature dell’India”, UTET, Torino 2000.
S. Sani, Ṛgveda, Marsilio Editori, Venezia 2000.

Introduzione alla letteratura sanscrita dell’India: la śruti e la smṛti

introduzione_letteratura_sanscrita

La letteratura sanscrita dell’India è costituita da un patrimonio di testi suddivisibili in due categorie: testi appartenenti alla letteratura rivelata (śruti) e testi della letteratura prodotta dall’uomo (smṛti). In questo articolo si cercherà di chiarire meglio questi due grandi filoni letterari.

Oralità e scrittura

Innanzitutto è importante specificare che quando si parla di testi della letteratura antica dell’India (da circa il 1200 a.C.) non si fa riferimento a opere scritte. La loro trasmissione avveniva solo oralmente. La datazione della scrittura in India è argomento piuttosto controverso. Un primo plausibile riferimento che introduce la scrittura è con le “prime fattuali testimonianze epigrafiche (con l’imperatore Aśoka alla metà del III sec. a.C.)” [cfr. R. Torella, Il pensiero dell’India, Carocci editore Roma 2012, pag. 158]. Una seconda ipotesi è “datare la scrittura in India intorno al VII sec. a.C.” [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 9].

La letteratura della śruti

testi rivelati

La parola śruti deriva dalla radice verbale √śru-, che significa udire. Śruti è la letteratura che è stata “udita” da uomini straordinari (ṛṣi) in grado di trasmettere all’umanità quanto percepito da un’essenza superiore, dalla “diretta manifestazione stessa dell’Assoluto come testo” [cfr. R. Torella, Il pensiero dell’India, Carocci editore Roma 2012, pag. 20]. I ṛṣi, o veggenti, sono coloro in grado di “vedere”, “udire” e tradurre in parole i messaggi della rivelazione divina. I primi testi di riferimento sono costituiti da quattro raccolte, Saṃhitā o meglio conosciute come Veda, a cui sono collegati altri testi, i Brāhmaṇa, che fungono da manuali di istruzione per l’esecuzione dei rituali contenuti nelle Saṃhitā. Degni di nota sono inoltre gli Āraṇyaka (I testi della foresta) che illustrano il rituale da un punto di vista simbolico.

Le Saṃhitā

Le Saṃhitā sono quattro: Ṛg Veda S. (la più antica, 1200 a.C.), Yajur Veda S., Sāma Veda S. e Atharva Veda S.

La lingua di composizione dei Veda è l’antico indiano o vedico [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 7].

I Veda trattano diversi argomenti tra cui la teoria cosmogonica, inni a divinità e rituali. L’esecuzione dei riti, volti a ottenere il favore degli dei per trarre vantaggio nella corrente esistenza, era affidata a un gruppo di sacerdoti che conoscevano a memoria il testo a cui avevano dedicato lo studio.

I sacerdoti della società indiana dell’epoca, denominati brahmani ovvero appartenenti alla casta dei brahmana, la più prestigiosa delle quattro previste, erano coloro che potevano accedere alla letteratura rivelata (śruti) o brahmanica. Le persone di bassa casta (śudra) non erano invece considerate degne di ascoltare gli insegnamenti contenuti in questi testi.
Dai Veda deriva la successiva letteratura brahmanica, all’interno della quale si trovano le Upaniṣad.

Le Upaniṣad

Le  Upaniṣad testimoniano il carattere speculativo del periodo in cui sono state composte. La loro composizione è databile dal 600 a.C. circa fino ad arrivare ai nostri giorni [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 53].

Questi testi contengono per lo più dialoghi tra maestro e discepolo e trattano le questioni esistenziali dell’individuo. Questa peculiarità emerge nella stessa parola Upaniṣad, composta dalla radice verbale √sad– che significa sedere, e i prefissi verbali upa– e ni-. La traduzione può quindi essere “sedersi in basso”, ovvero posizionarsi ai piedi del maestro per ricevere gli insegnamenti.

L’argomento principale trattato è la definizione di brahman (sé universale) e ātman (sé individuale). Questo è un tema piuttosto complesso, non esauribile con poche parole.

Le Upaniṣad sono inoltre caratterizzate da confronti di diverse teorie filosofiche sostenute da diversi maestri. La capacità di difendere le proprie convinzioni screditando le opposte è una qualità indispensabile per un maestro.

La letteratura della smṛti

La letteratura della smṛti è quella prodotta dall’uomo, ovvero l’insieme della tradizione religiosa brahmanica sviluppata proprio dall’uomo e che comunque fa riferimento alla verità rivelata dai Veda. È una letteratura molto vasta: da evidenziare sono i poemi epici, come il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa e i testi che trattano gli scopi dell’esistenza secondo il pensiero indiano (il Mānavadharmaśāstra per il dharma, l’Arthaśastra per l’artha e il Kāmasūtra per il kāma).

I Purāṇa

Una parte della letteratura della smṛti molto importante è costituita dai Purāṇa. Questi testi sono considerati delle vere e proprie enciclopedie da cui è possibile trarre moltissime informazioni in merito agli usi e costumi dell’India nel loro periodo di composizione [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 220].

I Purāṇa contengono inni e invocazioni alle divinità, tra cui Śiva, Viṣṇu e la Dea. Di particolare interesse è il Mārkaṇḍeya Purāṇa che contiene il primo testo tantrico, denominato Devī Māhātmya, che narra le gesta eroiche della Dea e della sua potenza (śakti).

Chi può accedere alla smṛti

L’accesso a questa letteratura è consentito anche alle persone di bassa casta. I praticanti di yoga troveranno inoltre interessante la parte della letteratura della smṛti costituita dai testi appartenenti alle diverse scuole di pensiero (darśana), tra cui troviamo il Sāṃkhya e lo Yoga Sütra di Patañjali.

Perchè è importante conoscere questa suddivisione?

La suddivisione tra la letteratura rivelata (śruti) e quella prodotta dall’uomo (smṛti) è un aspetto molto importante da conoscere quando si desidera approfondire dal punto di vista letterario la cultura dell’India. In generale si può affermare che la smṛti, nonostante sia costituita da testi molto importanti e conosciuti, occupa un posto secondario rispetto alla śruti. I testi della smṛti prendono ispirazione dalla letteratura rivelata.

Perchè chi pratica e/o insegna yoga dovrebbe essere interessato alla letteratura sanscrita dell’India?

Se si desidera approfondire la pratica dello yoga anche attraverso i suoi testi, è necessario partire dalla base. Le opere letterarie devono essere innanzitutto conosciute in funzione del loro periodo storico di composizione (senza dimenticare la difficoltà della datazione, soprattutto per i periodi più antichi) e del motivo che ha portato alla loro composizione (prayojana).

In questo modo si facilita il tentativo  per il praticante di yoga di accedere alle definizioni di Brāhman, di Ātman, e ad altri termini della letteratura indiana che sono frequentemente utilizzati durante le lezioni di yoga. Può sembrare complesso, tuttavia sarà un vero e proprio arricchimento della pratica sul tappetino.

Buono studio.

Bibliografia

G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000.

R. Torella, Il pensiero dell’India, Carocci editore Roma 2012.



L’epica indiana – Rāmāyaṇa

La letteratura sanscrita dell’India ha il compito di illustrare, attraverso diverse modalità di insegnamento, come poter conseguire lo scopo ultimo dell’esistenza, mokṣa, meglio conosciuto come liberazione dal ciclo delle rinascite.

I poemi epici

I poemi epici non fanno differenza. Il compito di queste opere è illustrare le qualità filosofiche, etiche, etc. tipiche del pensiero indiano, attraverso il racconto del mito. Per questo motivo, anche se non l’unico, sono considerati componimenti a carattere religioso. I personaggi principali sono divinità o individui che ne impersonano le qualità.

I poemi indiani più importanti e probabilmente più conosciuti sono il Rāmāyaṇa e il Mahābhārata. Tali poemi rientrano nella categoria degli Ītihāsa che significa “così fu in verità” o “fu proprio così” [cfr. G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 128].

Il Rāmāyaṇa

In questo articolo tratteremo il Rāmāyaṇa, opera epica composta dal poeta Vālmīki intorno al IV sec. a.C., ma come spesso accade nella letteratura antica indiana, la datazione è piuttosto incerta. Il Rāmāyaṇa rientra nel corpus della letteratura della smṛti, ovvero la letteratura prodotta dall’uomo.

Breve riassunto della trama del Rāmāyaṇa

Rāma come incarnazione di Viṣṇu

Il Rāmāyaṇa narra le gesta eroiche di Rāma, considerato una discesa sulla terra in forma umana del dio Viṣṇu. La venuta di Viṣṇu nelle sembianze di essere umano fu richiesta dagli dei. Viene infatti narrato che questi ultimi fossero tormentati da un potente demone, Rāvaṇa, il quale godeva della protezione del dio Brahmā. Tale protezione impediva al demone di essere ucciso da qualsiasi essere vivente, al di fuori degli esseri umani.  Così Viṣṇu, per aiutare gli dei, discese sulla terra in questa forma.

Il principe Rāma

Nonostante nel poema Rāma riesca in imprese impossibili da compiere per un essere umano, egli ignora la sua vera natura. Nel poema Rāma è un principe, figlio di Daśaratha, un re che aveva dato splendore al suo regno (Ayodhyā). Daśaratha ottiene la sua discendenza solo dopo aver compiuto un sacrifico che risolve la sua infertilità. Dalle sue tre mogli nascono quattro bambini, tra cui Rāma. Degno di nota è il suo fedele fratello Lakṣmaṇa.

L’esilio di Rāma

Epica indiana Ramayana

Rāma combatte contro
Rāvaṇa

Rāma viene ingiustamente esiliato per quattordici anni. Sua moglie Sītā e suo fratello Lakṣmaṇa decidono di seguirlo e condividere con lui il lungo periodo di allontanamento. A causa di diverse vicissitudini, Sītā viene rapita dai demoni che popolano la foresta in cui avevano trovato rifugio fino a quel momento. Sītā viene portata nell’isola di  Laṅkā, regno del demone Rāvaṇa.

Rāma, disperato, compirà gesta eroiche fino a ottenere la liberazione di Sītā e la morte di Rāvaṇa.

Il dio scimmia Hanuman

Immagine dio Hanuman
Hanuman, il dio scimmia

Il dio scimmia Hanuman aiuta Rāma nell’impresa. Hanuman è famoso per essere uno dei massimi esempi di devozione verso una divinità. È noto anche per la sua capacità di coprire con un solo passo la distanza tra l’estremità meridionale dell’India e l’isola di Laṅkā (tra gli āsana dello yoga, hanumanāsana rappresenta tale passo).

Perché si dovrebbe leggere il Rāmāyaṇa

Le virtù di Rāma

Innanzitutto le versioni disponibili in commercio possono risultare una piacevole lettura. Come anticipato, l’opera è una continua fonte di rimandi al pensiero indiano. Innanzitutto il Rāmāyaṇa illustra come essere un buon sovrano. Il poema contiene infatti una

serie di insegnamenti […] che mirano a delineare la figura ideale del re nell’ambito dell’eterna lotta che oppone le forze del bene/luce (deva) a quelle del male/tenebra (asura o rākṣasa); Rāma è pertanto il re ideale, ed è noto che ancora oggi il concetto della “sovranità ideale” è espresso dal composto rāma-rājya (la sovranità di Rāma). [G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000, pag. 157].

La parte del testo in cui emerge questo insegnamento è quando Rāma apprende che la decisione del suo esilio è stata presa dal padre, il re Ayodhyā, a seguito di una promessa fatta a una delle sue mogli molto tempo prima. Nonostante sia stato destituito ingiustamente dal legittimo regno e condannato all’esilio, Rāma accetta la sua sorte, perchè è più importante rispettare la volontà del padre che ottenere il prestigio e il potere (anche se legittimo). Anche al giorno d’oggi in India, il culto di Rāma è uno dei più seguiti.

Le virtù di Hanuman e Sītā

Non è però solo il personaggio principale a essere fonte di ispirazione etica. Hanuman, oltre a essere noto per le sue qualità devozionali a Viṣṇu, rappresenta la forza morale, la cautela e la virtù dell’umiltà.

Sītā rappresenta la difesa del dharma e quindi dell’ordine eterno. Secondo il pensiero indiano, il dharma è il primo scopo dell’esistenza. Se l’individuo non rispetta il proprio dharma, sarà estremamente difficile che riesca a raggiungere la liberazione in quella esistenza. Se Rāma riesce nell’impresa di sconfiggere i demoni è grazie anche all’integrità morale di Sītā.

L’eterna lotta tra l’illusione e la conoscenza

Infine, da evidenziare è l’uso della metafora per spiegare l’eterna lotta tra ignoranza e conoscenza. Tale allegoria viene utilizzata quando il demone Rāvaṇa, durante la battaglia contro Rāma, scaglia l’arma denominata Māyā, conosciuta nella filosofia indiana come l’illusione, l’inganno.  Rāma risponde all’attacco lanciando l’arma Jñāna, la conoscenza.

Le parole chiave che possono essere estrapolate in questo poema sono: dharma, integrità, verità, māyā, jñāna. Tali termini sono fondamentali quando si tratta del pensiero indiano e della sua letteratura sanscrita.

Grazie per aver letto questo articolo e buona lettura del Rāmāyaṇa.

Bibliografia

G. Boccali, S. Piano, S. Sano, Le letterature dell’India, UTET Libreria, Torino 2000.