Lo yoga dello stare a casa

yoga a casa

Marzo e aprile 2020 sono mesi che non dimenticheremo facilmente.
Il rimanere a casa forzatamente suscita emozioni tra loro discordanti. Da un lato il piacere di riscoprire ritmi più lenti, dall’altro l’angoscia di non sapere quando l’emergenza sanitaria in corso terminerà. Il nostro tempo libero ha subito un radicale cambiamento, in questo la pratica dello yoga è divenuta “lo yoga a casa”.

Il tempo libero permette di osservare

A causa delle restrizioni per l’emergenza sanitaria, tutte le attività fuori casa sono state sospese a data da destinarsi. Il tempo impiegato per raggiungere i luoghi delle nostre attività, tra cui la pratica dello yoga, si è annullato lasciando un vuoto, un vuoto da osservare. Cosa fare? Come fare?
Le risposte a queste domande sono arrivate in breve tempo.

Le dirette Facebook

Dopo pochi giorni dalla chiusura, sono state pubblicate su Facebook dirette di lezioni di yoga a ogni ora. Il rapporto allievo-insegnante ha subito un cambiamento di piano, da una relazione personale a una relazione virtuale. Tra l’altro, nelle dirette Facebook gli insegnanti non riescono a sapere né tantomeno vedere chi ci sia dall’altra parte: la relazione tra allievo e insegnante diviene ancora più fioca.

Le lezioni online

Contemporaneamente sono divenute di uso comune piattaforme di videochiamate, note soprattutto in ambito lavorativo. Skype, Zoom e Google meet sono tra le più gettonate.
Molti insegnanti di yoga si sono così velocemente cimentati nell’apprendere il funzionamento di questi strumenti per offrire lezioni virtuali.

La pratica segreta

La prima riflessione in merito al fenomeno delle lezioni online è su ciò che prescrivono i testi dell’haṭhayoga, in particolare l’Haṭhayogapradīpikā, cioè che la pratica dello yoga dovrebbe essere tenuta segreta e di essa non si dovrebbe parlare: “11. Lo yogin che desidera la perfezione deve tener segreta in sommo grado la scienza dello Yoga, poiché essa, tenuta celata, è potente, ma divulgata perde il proprio vigore” (da “La lucerna dello haṭhayoga”, a cura di G. Spera, ed. Magnanelli, Torino, 2002, pag. 38).
Questa indicazione è evidentemente in contrasto con quanto sta accadendo oggi. Chiunque può seguire dirette di lezioni yoga a casa, sul proprio computer o smartphone, in qualsiasi momento della giornata.

Cosa fare?

La pratica di yoga personale

Tra la diretta Facebook e la pratica segreta dell’haṭhayoga, può esserci una via di mezzo (come insegnava il Buddha).
Innanzitutto lo spazio vuoto che il rimanere a casa impone è un’ottima occasione per interrogarci nuovamente su perché facciamo yoga.
Se pratichiamo già da diverso tempo sul tappetino, questa potrebbe essere l’opportunità per stimolare la pratica personale. Il contatto con le nostre sensazioni è il substrato per lasciare che gli āsana fioriscano dal nostro corpo e non dalla memoria.

L’occasione per nuove domande

L’insegnante, durante le lezioni di yoga in aula, aiuta a rimanere connessi con le proprie sensazioni. Quando ci troviamo sul nostro tappetino a casa, possiamo porci nuove domande: perché sento la necessità di seguire delle lezioni di yoga online? Me la sento di praticare yoga a casa da sola/o? Questo momento può rivelarsi molto utile per comprendere meglio il rapporto che abbiamo con il proprio ascolto, coltivato attraverso la pratica di yoga.

La gioia di sperimentare

Se diamo fiducia al nostro sentire potremmo scoprire che siamo perfettamente in grado di praticare da soli. Quando si scopre questo, quando si realizza la propria capacità di applicare su di sé lo yoga, nasce la consapevolezza di quanta strada è stata fatta lungo questo percorso. Sperimentare le proprie sequenze, viverle connessi con il nucleo centrale di sé, sono altri passi sul cammino. Perché non provare? Dopo aver sperimentato questo, la pratica guidata sarà ancora più piacevole e saremo in grado anche di apportare eventuali modifiche, qualora le posizioni proposte non dovessero fare al caso nostro. Come fare?

La risposta è la la via di mezzo

Uno degli insegnamenti del Buddha è verificare che quanto ci viene detto corrisponda a una verità per noi. La via di mezzo permette di mantenere uno sguardo verso l’esterno e uno verso l’interno: se quanto viene proposto dall’esterno è in buona risonanza con quanto percepito internamente, possiamo essere certi di trarne un beneficio. Se quanto percepito dall’interno suscita un senso di necessità di riempire uno spazio vuoto, abbiamo l’occasione di conoscere qualcosa in più di noi stessi.

Per chi è all’inizio dell’esperienza di pratica

Se l’esperienza di pratica non fosse ancora ben consolidata, continuare ad affidarsi a un insegnante anche nella modalità virtuale potrebbe rivelarsi utile, ma diviene ancora più importante prestare attenzione a non farsi male. La lezione di yoga online non permette all’insegnante una pronta indicazione e correzione, quando questa potrebbe essere necessaria. La diretta su Facebook è ancora più limitante in questo senso, perché l’insegnante, oltre a non avere la possibilità di controllare cosa stiano facendo le persone connesse, non ha nemmeno idea di chi sia collegato (se non attraverso i commenti delle persone).

Testimonianze dai praticanti

In questo tempo ho raccolto qualche testimonianza di persone che stanno praticando yoga online.
Premetto che il numero di persone intervistate non può essere considerato un campione rappresentativo di tutti coloro che praticano yoga da casa, tuttavia le risposte ottenute sono molto incoraggianti.
Innanzitutto la continuità della pratica di yoga è stata molto apprezzata, ma l’aspetto più importante da evidenziare è lo sviluppo di un miglior ascolto e attenzione del praticante verso di sé. Consapevole che la correzione mirata dell’insegnante poteva essere meno efficace, il praticante di yoga ha affinato l’attenzione verso di sé, e questo è un aspetto fondamentale del sentiero dello yoga.

Gli insegnanti di yoga

Questo tempo di sospensione è stato utile anche per gli insegnanti di yoga che hanno avuto l’occasione di sperimentare una nuova modalità di insegnamento, non in sostituzione dei corsi in presenza, ma una possibile alternativa in caso di necessità. Scontrarsi con i propri limiti tecnologici (chi più, chi meno), con i problemi di connessione di alcune persone, con la mancanza di poter vivere la relazione con il gruppo ecc., sono tutti aspetti a cui l’insegnante di yoga ha dovuto far fronte attingendo a risorse impreviste, per poter permettere alle persone di praticare yoga a casa propria.

La vita e i luoghi del Buddha

Il luoghi visitati da Siddhārta, noto come il Buddha, e la sua vita sono di elevato interesse per i praticanti di yoga moderni. Numerosi sono i pellegrinaggi in questi posti e di sicuro molto suggestivi.

La nascita del Buddha

Siddhārta nasce nella città di Lumbinī tra il V e il IV sec. a.C. (circa nel 566 a.C., Gnoli R., La rivelazione del Buddha, vol. I pag. XIII) da una famiglia nobile della dinastia Śākya. Vive a Kapilavasthu e trascorre la sua giovinezza tra piaceri e benessere. All’età di 16 anni si sposa e genera un figlio, di nome Rānula.

L’incontro con la sofferenza

In occasione di un’uscita da palazzo, Siddhārta prende coscienza della sofferenza che affligge l’esistenza attraverso quattro incontri fondamentali:
– un ammalato
– un vecchio incurvato dagli anni
– un cadavere
– un asceta mendicante

Realizza così la caducità della vita, rinnega la vita agiata condotta fino a quel momento e, all’età di 29 anni, decide di abbandonare il suo mondo di illusorio piacere per darsi alla ricerca spirituale.

La pratica dello yoga

Nella giungla di Uruvelā (Uruvilvā), si dedica allo yoga attraverso tecniche di mortificazione del corpo. Esegue queste pratiche per sei anni senza tuttavia riuscire a comprendere come poter recidere la sofferenza.
Decide così di abbandonare questo yoga e si reca nella città di Gayā, dove si siede a riflettere sotto l’albero ficus religiosa.

L’illuminazione

Sotto l’albero del fico, noto successivamente come l’albero della bodhi, Siddhārtha ottiene l’illuminazione, o in altri termini, realizza l’origine della sofferenza e il modo per eliminarla. Questa conclusione dà origine all’elaborazione del suo insegnamento che consiste nelle quattro nobili verità e nel sentiero di mezzo.

L’insegnamento

Ottenuta l’illuminazione Siddhārta, divenuto il Buddha, si dirige verso Benares e, nel noto parco delle gazzelle nei pressi della città di Sārnāth, tiene il primo sermone conosciuto come “La messa in moto della ruota del dharma. Il Buddha espone le quattro nobili verità e il sentiero di mezzo ad alcuni compagni conosciuti durante le pratiche yogiche e poi ritrovati in quel luogo.

La predicazione

Il periodo della predicazione si svolge soprattutto nel Magadha e nel Kosala. Si presume che il suo insegnamento sia stato da lui direttamente trasmesso dal 531 al 486 a.C. circa (Gnoli R., La rivelazione del Buddha, vol. I pag. XVI).

La morte del Buddha

Il Buddha, consapevole della sua vicina dipartita, si dirige verso Kusinārā dove raggiunge il parinirvāṇa, ovvero quello che secondo il buddhismo è la completa estinzione (uscita dal ciclo delle rinascite, saṃsāra).

Il Buddhismo

Se per religione si intende la devozione verso una divinità, il buddhismo non può essere definito una religione. Lo si può catalogare come una corrente di pensiero.
Il Buddha ha cercato e trovato un metodo di esplorazione della sofferenza, utile al suo superamento attraverso la comprensione delle sue leggi. Non è importante soffermarsi su quale tecnica sia stata utilizzata. L’essenziale è applicare lo strumento di indagine e capire quando esso ha esaurito la sua utilità.

Lo yoga è uno strumento di indagine?

La risposta è sì, lo yoga è uno strumento investigativo di sè. Si applica per comprendere la propria autentica natura, anche attraverso l’uso del corpo. I diversi approcci allo yoga si spiegano grazie alla molteplicità delle nature, per questo non si può fare riferimento a uno “yoga classico” ma limitarsi a fare discorsi sullo yoga.
Il Buddha non ha trovato beneficio dalle pratiche yoga di automortificazione, ma ha trovato una strada che ha poi influenzato le successive correnti di yoga.

Bibliografia

Franci G.R., Il buddhismo, ed. Il Mulino, Bologna 2004.
Gnoli R., La rivelazione del Buddha, Vol. I e II, ed. Mondadori, Milano 2001.

La sofferenza (duḥkha) secondo il pensiero dell’India

La sofferenza, duḥkha
La sofferenza, duḥkha.

Il tema della sofferenza (duḥkha) permea il pensiero dell’India antica, per il quale la vita è anche teatro di malattia, vecchiaia e morte. Riuscire a interrompere il ciclo delle rinascite (saṃsāra), è per l’India lo scopo dell’esistenza da raggiungere, mokṣa (liberazione), che permette di interrompere l’impermanenza (anitya) di tutte le cose.

In realtà i discorsi sui tormenti che assillano la vita sono più che mai attuali; è un dato di fatto che non sia possibile evitare eventi che portano sofferenza. Tuttavia questo non deve essere motivo di scoraggiamento: ciò che si può intraprendere è un cammino che aiuti a migliorare il rapporto che si ha con la sofferenza. Alcune correnti di pensiero dell’India come il buddhismo e lo yoga offrono, probabilmente, una valida ed efficace proposta.

Definizione di duḥkha

Duḥkha “[…] indica il “malessere” esistenziale dell’uomo di cui parlano le Upaniṣad e, in generale, le scuole di yoga, che propongono un percorso interiore di consapevolezza come strumento capace di condurre l’uomo alla pace e alla felicità” (da S. Piano, Lessico elementare dell’Induismo, Promolibri Magnanelli, Torino 2001, pag. 65).

La definizione di sofferenza per la filosofia indiana induce già una speranza di riuscire a ottenere uno strumento in grado di portare verso uno stato di pace. È importante evidenziare la presenza del termine consapevolezza, parola ripetutamente proposta nei corsi di yoga moderni.

Perché si soffre?

Le sfaccettature della sofferenza sono troppe complesse per poterle sviscerare. Ogni individuo può avere un motivo per provare sofferenza, intesa come nella definizione di duḥkha sopra citata. Si sa, la vita alterna momenti di gioia a momenti tristi. I primi sono caratterizzati da un continuo desiderio della loro permanenza; tale desiderio si trasforma in attaccamento che produce a sua volta sofferenza non appena la gioia, per qualsiasi causa, svanisce.

Come uscire dalla sofferenza?

Da quanto è emerso fino a ora, non è possibile uscire completamente dalla sofferenza, ovvero pensare di mantenere uno stato di gioia perenne. Come anticipato però, l’India viene in aiuto con alcune delle correnti di pensiero più conosciute come il buddhismo e lo yoga, che hanno sviluppato le loro teorie attorno al concetto di sofferenza e alla sua risoluzione, raccontate attraverso gli insegnamenti o i testi.

La sofferenza, duḥkha, per il buddhismo

Già dal primo millennio a.C., in India era vivida la ricerca spirituale nella speranza di uscire dal saṃsāra, o quantomeno di tentare di ottenere una successiva rinascita migliore. Il buddhismo è nato in questo contesto storico-religioso.

La letteratura buddhista

Il Buddha non ha lasciato in eredità testi da lui redatti che racchiudessero la sua parola e i suoi insegnamenti. La raccolta della letteratura buddhista è avvenuta in un tempo successivo alla morte del Buddha. Proprio in questi testi si trovano numerosi insegnamenti che riguardano la sofferenza. Di seguito una proposta.

Saṃyutta Nikāya

Discorso della freccia del Buddha
Discorso della freccia del Buddha

Opera composta da 2889 sutta di diversi argomenti, ritenuti parte autentica della predicazione del Buddha. Il “discorso della freccia” è utile per comprendere la sofferenza che deriva da una mente non ben coltivata attraverso la pratica della meditazione.

Il discorso della freccia

[…] È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da un’altra freccia, cosicché egli, o monaci, percepirebbe i dolori di due frecce. Allo stesso modo, o monaci, l’uomo ordinario, che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, quando viene toccato da una sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una corporea e una mentale. Percependo quella sensazione dolorosa, quell’uomo prova avversione verso di essa. Provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza latente all’avversione nei confronti della sensazione dolorosa si accresce.

[…] O monaci, quanto il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali viene toccato da una sensazione dolorosa egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione: la sensazione corporea e non quella mentale (da “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, a cura di R. Gnoli, ed. Mondandori 2004, pagg. 431-433).

Riflessioni intorno al buddhismo

Osservare durante la pratica della meditazione il flusso dei pensieri che si presentano, è il punto di partenza per allenare la capacità di discriminare ciò che proviene dalla seconda freccia, ovvero la parte di sofferenza che è possibile evitarsi. Questo è il significato di una mente ben coltivata.

La sofferenza, duḥkha, per lo yoga

Anche lo yoga può essere un metodo per evitare ciò che il Buddha intende per seconda freccia. Tramite la pratica dello yoga si sviluppa una tale concentrazione e qualità di ascolto che si rivela adatto al processo di discriminazione della sofferenza dai contributi che l’individuo aggiunge da sè.

Lo Yogasūtra di Patañjali

In merito alla sofferenza, lo Yoga Sūtra di Patañjali dedica diversi aforismi. Solo a titolo esemplificativo, il sūtra 16 del Sādhana pāda (2.16) recita che “[colui che discrimina, dunque, sa che] è il disagio non ancora giunto che va eliminato” (“Yogasūtra”, a cura di F. Squarcini, G. Einaudi ed., Torino 2015, pag. 17).

In effetti “l’attrazione è [l’afflizione] conseguente [all’esperire] agio (sukha) mentre l’avversione è [l’afflizione] conseguente [all’esperire] disagio (duḥkha)” (2.7, 2.8 “Yogasūtra”, a cura di F. Squarcini, G. Einaudi ed., Torino 2015, pag. 16).

Riflessioni intorno allo yoga

Allenare il corpo alla flessibilità, non ha lo scopo di riuscire in posizioni complesse, bensì di aiutare a mantenere la mente elastica, pronta a tacere quando non importa. La pratica corporea degli āsana educa la mente a introiettare a livello profondo quell’elasticità necessaria ai momenti di sofferenza, duḥkha, dove la confusione mentale potrebbe avere il sopravvento, rendendo così vano ogni tentativo di eliminare la quota di dolore prodotta dalla seconda freccia dell’insegnamento del Buddha.

La sofferenza, duḥkha, non può essere evitata, ma è possibile evitare di creare quella superflua. A tal fine è importante essere costanti nella pratica dello yoga, poichè è l’allenamento continuo all’ascolto e allo sviluppo della discriminazione tra ciò che è reale duḥkha da ciò che non lo è che consente di usufruire con efficacia dello strumento, proprio nei momenti in cui è più opportuno.

Bibliografia

R. Gnoli, a cura di, “La rivelazione del Buddha – I testi antichi, ed. Mondandori, Milano 2004

S. Piano, Lessico elementare dell’Induismo, Promolibri Magnanelli, Torino 2001,

A. Rigopoulos, Hindūismo, editrice Queriniana, Brescia 2005

Guru o insegnante?

Coloro che conducono le classi di yoga sono guru (femminile gurvī), la cui corrispondenza in italiano potrebbe essere maestro/a, o sono insegnanti? Per cercare di dare una risposta plausibile, è necessario addentrarsi nei significati di queste due parole: guru e insegnante.

Il guru

Il termine guru indica un genitore o un precettore da cui un giovane riceve l’insegnamento del Mantra o di una preghiera [M. Monier Williams, A sanskrit english dictionary, pag. 359 col. 2]. Il guru riveste un ruolo importantissimo per l’India, infatti “il guru è colui che ha sommo peso nella vita, che la fonda, che impartisce la sacra iniziazione (dīkṣā)” [A. Rigopoulos, Hinduismo, pag. 213].

Tuttavia è l’esperienza personale del guru che può dirigere e orientare “i discepoli nella ricerca del fine ultimo, il mokṣa, e che certifica o, eventualmente, reinterpreta i testi sacri” [A. Rigopoulos, Hinduismo, pag. 213, 214].

Il maestro o guru
Il maestro o guru

Il guru è considerato quasi al pari di una divinità. Soprattutto in ambito tantrico, il guru deve essere venerato come un Dio così come la sua famiglia. Il discepolo deve onorare il maestro mettendosi al suo servizio e officiando rituali in suo onore (gurupūjā). [A. Padoux, Tantra, pag. 182].

L’insegnante

L’insegnante è colui che “esercita l’insegnamento privato, soprattutto dando lezioni in specifiche discipline” (Vocabolario Treccani online, consultato agosto 2019).

Come si colloca l’insegnante di yoga occidentale riguardo alla figura del guru?

L’insegnante di yoga

Sulla base delle definizioni riportate sopra, salvo rare eccezioni, a coloro che conducono classi di yoga non è possibile attribuire il rango di guru ma quello di insegnante in quanto trasferisce il suo sapere attraverso le lezioni. Questo non significa sminuire il ruolo che l’insegnante di yoga ha durante l’attività di insegnamento, al contrario ha un compito molto importante e a volte anche delicato. La trasmissione dello yoga è un’arte tutt’altro che semplice. L’insegnante di yoga in aula si trova di fronte a richieste sia in ambito corporeo per particolari patologie che in ambito psicologico. Non è raro infatti che le persone inizino un percorso di yoga per alleviare lo stress.

Apprendere lo yoga

Lo scopo del praticante e del suo insegnante di yoga dovrebbe essere quello di riuscire a portare lo yoga nel proprio contesto quotidiano. Questo significa che lo studente di yoga deve cercare di apprendere tutto il necessario per riuscire a sviluppare una pratica personale.

L’inizio del processo di apprendimento

In generale si può affermare che uno dei processi di apprendimento, sin dalla tenera età, sia l’imitazione. Lo yoga, in particolare modo per la parte relativa alle posizioni (āsana), non fa eccezione.

Imitare l’insegnante

Classe di yoga
Classe di yoga

Durante la pratica dello yoga, l’insegnante viene osservato mentre esegue gli āsana da proporre ai praticanti. Quando si dedica all’insegnamento tecnico delle posizioni, può infatti far uso della dimostrazione su di sé per trasmettere tutte le opportune indicazioni. I praticanti provano così a riprodurre con il proprio corpo quanto appreso dalla spiegazione dell’āsana, imitando così il proprio insegnante. L’imitazione potrebbe tuttavia tradursi nel tentativo di eseguire le posizioni nel modo più fedele possibile a come vengono presentate. Tale tentativo può inoltre essere confermato dalle correzioni che l’insegnante attua nelle diverse parti del corpo, a suo avviso, da sistemare.

Per sviluppare la pratica personale, si deve cercare di uscire dalle catene imitative, prestando attenzione al proprio corpo, che ha già insito un sapere.

Attenzione al proprio corpo

Una volta ottenute le necessarie informazioni su come eseguire un āsana, ovvero le indicazioni per evitare infortuni o controindicazioni particolari, l’attenzione deve essere rivolta verso il proprio corpo e sentire come e cosa ci suggerisce durante l’esecuzione di quella particolare posizione. A occhi esterni, potrebbe sembrare che la stessa posa sia molto diversa e concludere che sia scorretta; forse che in un campo fiorito, tutti i fiori sono esattamente identici gli uni agli altri? Se si cerca di riprodurre fedelmente una posizione come eseguita dal proprio insegnante, si esce da uno schema all’altro, o in altre parole, si passa da un condizionamento a un altro. Lo yoga dovrebbe essere uno strumento che permette di uscire da questi processi mentali.

Sviluppare la pratica di yoga personale

L’attenzione del corpo permette di far crescere un senso critico nei confronti della sequenza che viene proposta dall’insegnante. Questo significa che non si avrà un atteggiamento totalmente passivo nei confronti della pratica. Con il tempo e con l’esperienza sul tappetino, si acquisirà quella competenza necessaria e quella fiducia nelle proprie sensazioni che permetterà di apportare modifiche, moderazione o intensità rispetto a una pratica che viene proposta. Si ricorda che lo scopo è quello di sviluppare la pratica personale, tra le proprie mura domestiche.

Il piacere della guida

Dopo aver sviluppato la pratica di yoga personale, slegata quindi dalla necessità di avere una guida, si apprezzerà ancora di più la pratica in aula, sotto la condotta di un insegnante. Sarà molto più godibile perché non si sarà delegato il proprio sapere ma questo sarà ulteriormente alimentato dagli insegnamenti proposti. La pratica diviene così un rituale, un momento in cui ci affidiamo per accedere a forme di sentire più sottili e non per mancanza di fiducia nelle proprie capacità di costruire una sequenza.

L’insegnante si libera dalle aspettative degli studenti e gli stessi acquisiscono quella indipendenza e responsabilità che sono pilastri per un percorso di crescita personale e di conoscenza di sé.

Si conclude l’articolo con un omaggio a tutti gli insegnanti di yoga con una citazione tratta dalla Taittirīya Upaniṣad:

[…] Bisogna dare con fede, non dare senza fede. Bisogna dare con magnanimità, bisogna dare con modestia, bisogna dare con rispetto, bisogna dare con simpatia. […] (C. Della Casa, Upaniṣad vediche, pagg. 233, 234).

Bibliografia

C. Della Casa, a cura di, Upaniṣad Vediche, ed. TEA, Torino 2000

M. Monier Williams, A sanskrit english dictionary, Motilal Banarsidass Publishers, Delhi 2005

A. Padoux, Tantra, Giulio Einaudi Editore, Torino 2011

A. Rigopoulos, Hindūismo, ed. Queriniana, Brescia 2005

Sitografia

Vocabolario Treccani www.treccani.it, consultato agosto 2019.

La posizione in piedi: Tāḍāsana o Samasthiti

Tāḍāsana è una delle prime posizioni  in piedi che si apprende all’inizio del percorso dello yoga. È una posizione molto interessante da indagare: attraverso la posizione in piedi si prende innanzitutto coscienza di come ci sistemiamo nello spazio in una posa che appartiene al contesto quotidiano.

Ognuno di noi, durante la giornata, è impegnato in tantissime attività che prevedono l’appoggio su tutti e due i piedi. È talmente scontato stare in piedi che, solitamente, non si presta la dovuta attenzione ai diversi dettagli, uno tra i tanti è il come viene distribuito il peso sui piedi.

Significato di Tāḍāsana

Tāḍāsana viene tradotto come la posizione della montagna; il dizionario traduce il termine tāḍa anche con “battito” o, se declinato al maschile, con “soffio” [cfr. A Sanskrit English dictionary, Monier-Williams, pag. 441 col. 3]. Le definizioni trovate evocano un concetto di viva solidità e allo stesso tempo di leggerezza. Si tenga presente che alcune scuole di yoga chiamano samasthiti la posizione in piedi, dove sama significa uguale e sthiti ha accezione di stabilità.

Esecuzione di Tāḍāsana

Tāḍāsana dovrebbe essere praticata a piedi scalzi. In realtà tutta la pratica dello yoga dovrebbe essere eseguita in questo modo, tuttavia per diverse ragioni si possono mantenere i calzini (ad esempio durante il periodo invernale, quando le temperature sono rigide, è bene mantenere al caldo i piedi).

Osservazione della posizione naturale 

Posizione in piedi naturale - Tāḍāsana
Posizione in piedi naturale – Tāḍāsana

Per investigare la posizione in piedi, porsi sul tappetino e rimanere a osservare la posa senza apportare modifiche. Sentire l’attimo in cui i piedi appoggiano al suolo è un momento molto importante: possiamo infatti percepire se si portano tensioni a livello della schiena o delle gambe. Il punto di partenza di Tāḍāsana è prendere consapevolezza della propria posizione eretta naturale, senza apportare correzioni o aggiustamenti.

Una volta percepita la posizione in piedi, procedere nel seguente modo.

I piedi e il loro corretto posizionamento

La distanza tra i piedi dovrebbe coincidere con la larghezza del bacino. Le dita dei piedi sono allungate e, per quanto possibile, leggermente divaricate tra loro, con gli alluci e i mignoli che premono sul pavimento. In questo modo potremo attivare gli archi plantari e rendere la posizione più stabile.

Le gambe

Le gambe sono distese ma con le ginocchia rilassate. Questo significa che non si devono spingere i polpacci verso il retro, estendendo così in modo esagerato le ginocchia, ma nemmeno lasciare le gambe piegate, per evitare di modificare la posizione della schiena, soprattutto nella zona lombare. 

La muscolatura anteriore delle cosce dovrebbe essere tonica. Grazie alla tonicità dei muscoli delle cosce è probabile che anche i glutei lo diventino.

Il busto e le braccia

Dopo aver posizionato i piedi e le gambe come indicato, concentrarsi sul busto: con ogni probabilità la parte bassa dell’addome tenderà naturalmente a rientrare verso l’interno. La gabbia toracica e il petto invece si espanderanno al ritmo della respirazione. Le spalle si rilassano e le braccia rimangono abbandonate lungo i fianchi.

La testa

A questo punto la testa dovrebbe aver già preso la posizione corretta. La sommità del capo è allungata verso l’alto, come la regione occipitale, mentre lo sguardo rimane fisso davanti a sè. Il mento viene lasciato lievemente in direzione dello sterno ma parallelo al suolo.

Tāḍāsana
Tāḍāsana

Questo è Tāḍāsana.

Una volta costruito Tāḍāsana, riprendere l’osservazione della posa come fatto durante la posizione in piedi naturale. Può essere interessante osservare le curve della propria colonna vertebrale e individuare i muscoli coinvolti nel mantenimento dell’āsana, dalla testa ai piedi.

La respirazione

Osservare dove il respiro tende a manifestarsi, se nella zona addominale, toracica o nel petto. 

Dato che il basso ventre viene tenuto verso l’interno, la respirazione sarà favorita nella zona costale e nel petto.

Il ritorno da Tāḍāsana

Il ritorno dagli āsana è un momento altrettanto interessante da osservare. Nel caso di  Tāḍāsana, solo a titolo di esempio, potrebbe essere percepito un generale crollo del corpo verso il basso, l’addome potrebbe sporgere in avanti, il collo aumentare la sua curva lordotica.

Questi sono tutti aspetti che riguardano il corpo fisico, aspetti utili per correggere eventuali difetti di postura anche durante le nostre attività quotidiane.

Tuttavia la posizione di Tāḍāsana agisce, come tutte le altre posizioni dello yoga, anche su un piano energetico. Vediamo cosa succede in Tāḍāsana.

Il significato sottile di Tāḍāsana

Come spiegato nella tecnica, in Tāḍāsana possiamo percepire la stabilità del corpo, oppure se un lato del corpo risulta essere più radicato dell’altro. È una posizione durante la cui esecuzione possiamo sperimentare la fermezza e l’affermazione di sè. La forma della posizione in piedi rappresenta il canale di connessione tra il cielo e la terra. È un guardare avanti senza voltarsi indietro. Tāḍāsana dona un senso di stabilità. È una posizione che mette in contatto la parte razionale con la parte emotiva dell’individuo. La solidità delle gambe permette alla mente di poter accedere a livelli profondi di consapevolezza e quindi di coscienza, pur mantenendo il contatto con la terra e con la propria natura.

Tāḍāsana rappresenta il punto di partenza del cammino. Non è un caso che nelle sequenze della pratica di yoga venga spesso inserita come propedeutica ad altre posizioni in piedi e utilizzata come punto di ritorno. È anche un āsana di riposo, dove è facilitata l’osservazione del ritmo del proprio respiro. 

La posizione in piedi può essere utilizzata anche durante la pratica della meditazione, se lo stare seduti a terra dovesse rendere le articolazioni sofferenti. Per questo motivo è una posizione che permette di sviluppare una ferma concentrazione.

Benefici e controindicazioni di Tāḍāsana

Tāḍāsana non ha controindicazioni, può essere eseguita in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione. Non appena la si esegue, i benefici sono subito evidenti.

Non rimane che provare e verificare quanto descritto.

Buona pratica di Tāḍāsana.